30/09/2004
La Fallaci e gli ebrei non sionisti

Rabbini ed ebrei ortodossi in una manifestazione contro lo stato d'Israele, il 14 agosto 2004. I cartelli recitano, da destra a sinistra: "I sionisti hanno rubato la terra santa ai palestinesi", "Israele non rappresenta l'ebraismo mondiale", "Sionismo e giudaismo sono due poli opposti", "Tutta la Palestina deve tornare sotto la sovranità palestinese", "Gli autentici rabbini si sono sempre opposti al sionismo e allo stato d'Israele". Il terzo manifestante da sinistra sventola la bandiera palestinese.
La seguente lettera mi è stata inviata da un "europea vissuta in America, non antiamericana e che non ha “voglia di burka", per dirla con le sue stesse parole. Ha visto l'11 settembre "fuori dalla finestra di casa" e ha vissuto il dopo-11 settembre, con i "suoi commenti" e le "sue ipocrisie". "La mia personale conclusione era un ribrezzo tale che ho deciso di lasciare l'America", dichiara. Ora vive in Italia, a Roma, e da quando è tornata - dopo un periodo di permanenza lungo 5 anni negli Usa - dichiara di aver avuto un brutto risveglio: era stata abbagliata dallo "shopping e broadway". La voglia di raccontare la sua "esperienza americana" è cosi tanta che vorrebbe scrivere un libro. In bocca al lupo allora !
La lettera è in realtà indirizzata alla Fallaci. Il "tramite" dovrebbe essere Vittorio Feltri, al quale la lettrice di questo blog scrive: "Gentile direttore, sono un' affezionata lettrice del Suo giornale e vorrei chiederle una gentilezza. Per la prima volta in vita mia ho sentito l'irrefrenabile voglia di dire in una lettera ad un autore che non sono d'accordo con lui (lei). Non avendo un recapito della Signora Fallaci, vorrei chiederle di fargliela pervenire. Per me non fa nessuna differenza se questo avviene tramite il Suo giornale o via posta indirizzata alla Signora. Nel ringraziarLa del suo gentile aiuto le porgo i miei migliori saluti". Dubito che Feltri, lo stesso che ha scritto il giorno dopo il rapimento dei primi tre italiani "Abbiamo ottocentomila ostaggi" (in riferimento agli immigrati di fede mussulmana residenti in Italia) e che ha definito le due Simone "Carni femminili" abbia la volontà di pubblicarla. Per questo, con l'autorizzazione dell'autrice, la pubblico qua.
"Gentile Signora Fallaci,
Ho letto la Sua autointervista circa una settimana fa e per non risponderle con lo stesso tono - con cui lei offende ed accusa mezzo mondo - ho preferito far passare qualche giorno. Poi ho deciso di scrivere, e cercherò di essere più breve possibile.
In difesa del muro israeliano lei dice che se qualcuno cercasse di violare il territorio di casa sua, lei metterebbe allarmi, recinti, muri e non esiterebbe a sparare, perché questo è il sacrosanto diritto di chi è attaccato e vede invasa casa sua.
Saprebbe spiegarmi allora per quale motivo i Palestinesi - da sessanta anni a questa parte - cercano di difendersi, prima lanciando sassi ed ora, loro malgrado, buttandosi come bombe umane contro l’invasore non avendo altro a disposizione? (non hanno mica ricevuto i dollari USA per armarsi fino ai denti, compresa la bomba atomica, come Israele)
Lei crede che sia uno sport? Un passatempo? No, è un grido disperato lungamente ed elegantemente ignorato dal mondo occidentale, fin dai tempi della fondazione dello stato d’Israele. Perché ciò che vale per lei e per casa sua e - secondo lei - per gli israeliani, non vale per i Palestinesi? Ricordiamoci chi ha e chi NON ha firmato l’accordo per la fondazione dello stato d’Israele.
La parte che “mi brucia” di più nella sua intervista, si trova a pagina 101: “Ovunque vi sia antiamericanismo, v’e’ antioccidentalismo, v’e’ filoislamismo, v’e’ antisemitismo. Perbacco! In modo chiaro ed inequivocabile”. A parte che andrebbe rivista l’espressione “antisemitismo” perché TUTTI i medi orientali sono SEMITI, non ho mai visto fare di tutta l’erba un fascio con tale superficialità!
Cara Signora, io sono europea, vissuta in America, non sono antiamericana e non ho “voglia di burka”. Ammetto di preferire di gran lunga la cosiddetta “altra America” (quella di cui fa parte anche un Michael Moore per intenderci), a quella filo sionista. Impari a distinguere tra antisemitismo e antisionismo! Posso essere credente ma, allo stesso tempo, in disaccordo con la politica dell’”istituzione Chiesa”. Allo stesso modo posso non avere assolutamente nulla contro una persona d’etnia e fede ebraica ed essere contro la politica filo-sionista. Si ricordi, non tutti gli ebrei sono sionisti e non tutti i sionisti sono ebrei! Se vuole chiarirsi ulteriormente le idee, dia uno sguardo a questo sito di ebrei ultra ortodossi contrari al sionismo e all’occupazione della Palestina: www.nkusa.org. Sezione italiana all’indirizzo: http://www.nkusa.org/Foreign_Language/Italian/index.cfm
Ha ragione quando dice, “la gente non si alza e si lamenta”, un po’ perché ha paura di esporsi ed un po’ perché è vigliacca. Ma la gente è anche stanca dei ricatti morali e di portare la museruola sionista (e la maggioranza americana è anche stanca di pagare). Poiché non sa fare meglio incomincia ad “inclinarsi” verso il polo opposto, per pura voglia di un’equilibrata opposizione…. Anche a costo di “tapparsi il naso” come avrebbe detto Montanelli.
Potrei continuare all’infinito, ma il succo di ciò che volevo dirle sta in queste righe. Non che io voglia convincerla, ognuno è libero di vederla come crede, ma abbia la decenza di non dichiararsi liberale, obiettiva e non di parte. Visto che distribuisce soprannomi a destra e a manca, suppongo che le piacciano, e ne ho uno per lei: MEGAFONO ITALIANO DEL SIONISMO. Le auguro che la sua salute le possa ancora ancora permettere di irritarmi a lungo."
Saluti da Roma
Brigitte Gmahle
29/09/2004
La Croce Rossa, Feltri e le due Simone
La Croce Rossa e le due Simone Pochi minuti fa, ho letto sul Corriere.it che "Il commissario della Cri ha anche raccontato che le modalità adottate per il rilascio sono state analoghe a quelle per la liberazione dei tre body guard Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Salvatore Stefio". Ora, non voglio fare affermazioni azzardate, sono solo mosso da pura curiosità: qualcuno sa dirmi com'è che le "modalità adottate per il rilascio sono state analoghe a quelle per la liberazione dei tre body guard" se ci hanno raccontato che i tre body guard sono stati "liberati" in un'operazione militare americano-polacca congiunta? Non mi risulta che questa sia stata la situazione con le due Simone, dove il rilascio è avvenuto davanti alle telecamere di Aljazira e dove la storia del riscatto - a sentire la stampa (tutta, dal Corriere a Repubblica fino al giornale kuwaitiano che ha previsto il rilascio) - sembra più che accreditata. Dobbiamo forse presumere che la versione di Gino Strada (che ha affermato che i tre body guard sono stati rilasciati - anche se con le manette - in una casa inabitata dopo il pagamento del riscatto, in attesa del loro prelievo) era vera? Poi ho letto l'articolo di L. Cremonesi, "Tuniche e veli neri", sempre sul Corriere, dove afferma, in merito alla vicenda delle due Simone: "Un'occasione da non sprecare tra le tante piste seguite dalle autorità e dagli 007 italiani. Ma con grande preoccupazione: «E c'è un altro pericolo. Se gli americani individuano il nascondiglio può essere anche peggio. «Sappiamo bene come fanno loro. Hanno metodi più che sbrigativi. Bombardamento intenso, attacco delle forze speciali. Una grossa battaglia e gli ostaggi perdono la vita assieme a carcerieri e civili nell'area», aggiungono le stesse fonti. Si deve fare in fretta. Molto in fretta." facendo cosi crollare del tutto, almeno nella mia testa, l'ipotesi della liberazione "militare" dei tre body guard..Boh ! La cosa "sconvolgente" è che dopo aver letto e salvato la prima versione dell'articolo dove si parlava della Croce Rossa e delle due Simone, ho cliccato di nuovo la pagina. Stavolta però l'articolo era stata modificato: lo stesso paragrafo contiene ora un rifiuto categorico, da parte del commissario della Cri, della storia del riscatto. Ma la frase "incriminata" è rimasta lì...una dimenticanza? Prima versione: Seconda Versione: Ora passiamo a Feltri, che su Libero (nei primi giorni del sequestro), ha affermato: "Già, le donne. È la prima volta che i bravi ragazzi della resistenza irachena mettono le mani su carni femminili, e il destino (che non è cieco, anzi ci vede benissimo) ha voluto che fossero carni nostre, italiane."..."Ora vedremo cosa faranno dei beduini arrapati al cospetto di due belle italiane". Ebbene, senza voler difendere i sequestratori (religiosi o meno che siano, sono sempre colpevoli di un rapimento) dal Corriere della Sera (dopo il rilascio) traspare tutt'un altro racconto (ma anche da Repubblica e tutti gli altri mezzi di stampa): "Hanno cambiato molte prigioni ma sono rimaste a Bagdad. Sono state sempre insieme durante i 21 giorni del sequestro ma tenute separate dai loro collaboratori iracheni. Sono state trattate bene, con rispetto, «calore e solidarietà»."
"La Torretta parlando coi giornalisti che l'aspettavano sotto la sua abitazione romana ha aggiunto a proposito dei sequestratori: «Ci hanno trattato con cordialità, ci hanno chiesto perdono»."



29/09/2004
Le due Simone e Radio Radicale
Di seguito riporto un brano tratto dal servizio dell'agenzia News Italia Press - che ha anche intervistato il sottoscritto - sulla liberazione delle due Simone (28 settembre 2004):
[...] Secondo Pino Scaccia, giornalista del TG1 recentemente tornato dall'Iraq, artefice del sequestro di Simona Torretta e Simona Pari potrebbe essere un commando di criminali comuni, interessati semplicemente alla riscossione del riscatto. Circostanza non eccezionale nell'Iraq di oggi, secondo Younis Tawfik, scrittore iracheno rifugiato in Italia dal 1979."L'80% dei sequestri è imputabile meramente a scopi di lucro - afferma Tawfik -. In Iraq esiste un tessuto delinquenziale formato da tante piccole bande armate che non esitano a rapire gli stessi iracheni". Le notizie di questi rapimenti, compiuti con il solo fine della riscossione del riscatto, non giungerebbero in Occidente, come racconta Tawfik. "I rapitori appartengono in prevalenza a gruppi che agiscono solo a scopi di lucro, ammantando le loro volontà di ottenere cospicue somme di denaro con false ideologie di stampo politico o religioso – aggiunge Sherif El Sebaie, docente di lingua araba a Torino, collaboratore del portale Al Jazira.it -. In questi casi mi sentirei di escludere che i soldi eventualmente ottenuti come riscatto vengano in un secondo tempo reinvestiti per alimentare i canali del terrorismo".
[...] Quali i canali che avrebbero portato alla liberazione delle due volontarie? "Le voci che si rincorrono sono quelle di un grande lavoro di intelligence condotto dai Paesi arabi moderati, primo tra tutti la Giordania, con i quali l'Italia ha saputo dialogare in modo proficuo", afferma Sherif El Sebaie. "Finalmente sono libere. Ne gioiamo insieme con le loro famiglie. In questi venti giorni abbiamo penato con loro", ha dichiarato il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. "Questo è uno straordinario momento di gioia – ha sottolineato il Ministro degli esteri Franco Frattini -. Abbiamo avuto la prova di non essere soli e ringrazio nuovamente tutti coloro che nel mondo arabo e islamico ci hanno manifestato la loro solidarietà, ci hanno sostenuto e aiutato a far comprendere che le due ragazze e i loro colleghi iracheni dovevano essere liberati". [...]
Sia Scaccia che Tawfik concordano quindi con l'opinione del sottoscritto, rilasciata alla stessa agenzia nei primi giorni del sequestro (8 settembre 2004):
[...] Di altro parere è Sherif El Sebaie, giornalista egiziano di Al Jazira.it, che vede nell'episodio motivazioni soprattutto di carattere economico: "La strategia dei rapimenti non è nuova. Subito dopo la caduta di Saddam Hussein, sono stati numerosi i bambini sequestrati a scopo di lucro: alle famiglie, già distrutte dalla guerra, venivano chiesti 8000 dollari di riscatto che per i genitori erano davvero tantissimi. I gruppi armati vanno anche contestualizzati rispetto al caos post guerra con lo scioglimento della polizia irachena da parte del governo americano, la decisione di Hussein di liberare tutti i criminali nelle prigioni prima dell'attacco militare statunitense. Per questi gruppi la scelta dell'obiettivo dipende dalla nazionalità: più l'opinione pubblica di quel Paese potrà fare pressione sul suo governo, più il valore dell'ostaggio sale". Eppure tutti rivendicano motivazioni religiose e di resistenza ... "Non è escluso che gruppi che sequestrano per business poi non vendano ad altri gruppi gli ostaggi ricavandone altro denaro. [...]
Stasera inoltre ho rilasciato un'intervista telefonica a Radio Radicale, sul tema "Giordania: condizione femminile e delitto d'onore" da collegare al romanzo-truffa "Honor Lost" su cui ho scritto un articolo su Aljazira.it. L'intervista - condotta da Bibi David - sarà disponibile, in formato audio, al più presto sul portale di Radio Radicale (sezione Interviste).
28/09/2004
Abdin
Non ho avuto tempo per scrivere oggi quindi vi propongo la seguente immagine. Si tratta della sala del trono a Palazzo Abdin, al Cairo, sede storica della Famiglia Reale egiziana dal 1872 fino alla rivoluzione repubblicana del 1952. All'interno della sala domina lo stile architettonico e decorativo islamico benché architetti e decoratori fossero delle più svariate nazionalità: principalmente francesi ed italiani. Il palazzo si estende su una superficie di 2500 metri quadri, con 500 camere, all'interno di ognuna delle quali vi è - come minimo - cento pezzi "da collezione". Si tratta di uno dei più grandi e lussuosi palazzi del mondo, oggi sede di rappresentanza del governo egiziano. Giardini e musei delle collezioni reali sono aperti al pubblico.

27/09/2004
11 settembre: la nuova Pearl Harbour

Il seguente articolo è stato pubblicato, a firma del sottoscritto, su www.aljazira.it : "11 settembre: la nuova Pearl Harbour"
Dopo tre anni, qualcosa è cambiato nella ricezione tributata dall'opinione pubblica mondiale alle teorie alternative sull'11 settembre. Il grande successo di alcune indagini indipendenti e l'istituzione di una commissione d'inchiesta da parte del Congresso americano - commissione di fronte alla quale recentemente né George W. Bush né Condoleezza Rice hanno potuto negare l'esistenza di chiari segnali precedenti all'11 settembre - sono le cause prime di questo mutamento: l'idea che "qualcosa non vada" nella ricostruzione ufficiale dell'amministrazione americana è ormai di pubblico dominio.
Il successo di "11 settembre, la nuova Pearl Harbour" di David Ray Griffin - che negli Stati Uniti ha avuto tre edizioni in un mese, ingresso nella top ten di amazon.com e che in Inghilterra è stato prefatto nientemeno che da Michael Meacher, ex ministro della Corona - è il risultato più palese di questo mutamento. Non è scritto da un polemista di professione, bensì dal condirettore del Center for Process Studies che, partendo da una posizione di assoluto scetticismo sulle cosiddette "teorie del complotto", ne vaglia le principali e giunge a trovare in alcune di esse elementi indubitabilmente probanti.
Personalmente, al pari di Griffin, sono poco propenso ad avvalare le teorie del complotto. Non ho mai creduto per esempio a quelle che attribuivano ad Israele tutti i mali del mondo arabo. Però, come dice Griffin "Sembra ampiamente diffusa la convinzione che si possa rigettare a priori un'accusa una volta stabilito che essa rientri nell'ambito delle "teorie di complotto". Dichiarare di ripudiarle sembra quasi un requisito indispensabile per essere ammessi nel forum della discussione pubblica. Qual è la logica sottesa a questo convincimento? Non può essere il rifiuto letterale della pura e semplice idea che esistano delle macchinazioni. La accettiamo ad esempio ogni qualvolta crediamo che due o più persone abbiano preso accordi in segreto per raggiungere uno scopo illecito come rapinare una banca, frodare la clientela o alterare i prezzi. Saremmo più onesti, quindi, se seguissimo quanto affermato da Michael Moore: "Personalmente, non sono uno che vede complotti ovunque, a meno che non siano palesemente evidenti".
Non voglio soffermarmi sugli avvertimenti pre-11 settembre che sono stati ignorati, le indagini pima e dopo che sono state ostacolate, o sulle domande rimaste tuttora senza risposta su quella tragica giornata, tutti argomenti trattati nei minimi dettagli da Griffin. E come lui, non credo necessariamente in una pianificazione attiva da parte dell'amministrazione americana negli eventi drammatici di quel giorno. Ma mi chiedo - dopo aver letto il libro - se non ci fosse stato in qualche modo, una specie di "partecipazione passiva" ovvero una specie di "lasciar accadere" che è comunque un' accusa molto grave, considerato il numero elevato di vittime. Per questo, in questa sede, vorrei almeno soffermarmi sul titolo dell'opera: "11 settembre, la nuova Pearl Harbour".
Si sa che a costringere gli Stati Uniti ad intervenire nella Seconda Guerra Mondiale era l'attacco giapponese a Pearl Harbour. La guerra contro il Giappone ha obbligato gli Stati Uniti - in virtù del patto dell'Asse - ad entrare in guerra anche contro la Germania Nazista e l'Italia Fascista. Il puro desiderio di "Liberare l'Europa dai nazisti" non rientrava affatto nella logica statunitense tant'è vero che molti storici oggi sostengono che l'allora presidente statunitense ha volutamente ignorato l'allarme pre-Pearl Harbour per convincere il paese ad uscire dall'isolazionismo in cui si era rinchiuso.
Nella "Grande Scacchiera", un libro pubblicato nel 1997 dall'ex consigliere alla Sicurezza Nazionale, Brzezinski (lo stesso che, sul Nouvel Observateur del 15-21 gennaio 1998, alla domanda: "E lei non si pente neanche di aver appoggiato il fondamentalismo islamico, avendo fornito armi e addestramento ai futuri terroristi? rispose, in maniera irresponsabile : Cos'è più importante per la storia del mondo? I talebani o il collasso dell'impero sovietico? Qualche musulmano fomentato o la liberazione dell'Europa centrale e la fine della Guerra Fredda?) Ebbene, lo stesso Brzezinski afferma: "Il consenso popolare americano sulle questioni di politica estera sarà difficile da ottenere eccetto che nel caso di una minaccia esterna diretta, veramente grande e percepita in modo generalizzato" ed infatti "Il popolo americano sostenne l'impegno americano nella Seconda guerra mondiale in gran parte a causa dell'effetto scioccante dell'attacco giapponese a Pearl Harbour".
Gli attacchi dell'11 settembre, per svariate e giustificate ragioni, sono stati spesso paragonati all'attacco di Pearl Harbour. CBS news riferì che Bush, prima di coricarsi quella sera, aveva annotato sul diario "Oggi abbiamo assistito alla Pearl Harbour del XXI secolo". Un editoriale del Time incitava invece: "Mostriamo la nostra rabbia. Quel che ci occorre è una furia livida, americana, unificata e unificante come quella scatenatasi dopo Pearl Harbour". Subito dopo il discorso che il Presidente tenne alla nazione l'11 settembre 2001, Henry Kissinger scrisse "Al governo si dovrebbe affidare la missione di dare una risposta sistematica che condurrà, si spera, allo stesso risultato di quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour".
Effettivamente, gli attentati dell'11 settembre hanno provocato una risposta analoga: ricorso alla forza militare americana, giustificazione di esorbitanti spese militari, instaurazione di basi americane in paesi stranieri, riduzione delle libertà civili (Oggi il Patriot Act, durante la II Guerra Mondiale erano i campi di concentramento e la confisca dei beni dei nippo-americani). Un membro dell'US Army's Institute for Strategic Studies (Istituto per gli Studi Strategici dell'Esercito Americano) riferì che dopo l'11 settembre: "Il sostegno del pubblico all'azione militare è a un livello simile a quello che seguì l'attacco di Pearl Harbour".
In un documento del Project for the New American Century (Progetto per il Nuovo Secolo Americano, PNAC, organizzazione che già in era Clinton raggruppava i maggiori think-thank neoconservatori attualmente al potere negli Stati Uniti), intitolato "Rebuilding America's defenses" (Ricostruire le difese dell'America), reso pubblico nel 2000 durante la campagna elettorale per le presidenziali, alcuni membri (fra cui Cheney, attuale Vice-presidente, Rumsfeld, attuale ministro della difesa e Paul Wolfowitz, sotto-segretario alla difesa) sostenevano che il processo per trasformare gli Stati Uniti nella "forza dominante del domani" si sarebbe prospettato lungo, in "assenza di un evento catastrofico e catalizzante, quale ad esempio una nuova Pearl Harbour". A questo punto, come dice l'ex-ministro della Corona Michael Meacher nella prefazione del libro di Griffin: "Non è necessario ricorrere ad alcuna teoria del complotto, se loro per primi esplicitano le intenzioni da cui sono animati".
Ma quali sono queste intenzioni esattamente? Anch'esse sono contenute nei documenti del PNAC: collocare più basi militari nel mondo da cui proiettare potenza, determinare cambiamenti di regime nei paesi ostili agli interessi americani, dare un forte impulso alla spesa militare, in particolar modo allo scudo spaziale. Intenzioni concepite esplicitamente non per scoraggiare eventuali aggressioni ma come "requisito indispensabile al mantenimento del primato americano". Il fine è chiarito in modo inequivocabile in un'altro documento intitolato "Vision for 2020" (Prospettiva per il 2020), documento che non si perde affatto in propaganda sentimentale sul bisogno degli Stati Uniti di promuovere la democrazia o servire l'umanità, ma che sostiene: "La globalizzazione dell'economia mondiale proseguirà con un divaricamento tra "Chi ha" e "Chi non ha" " con coseguente necessità di non far uscire "Chi non ha" dai ranghi perché ogni "nuovo arrivato" toglie risorse a "Chi già ha", teoria questa elaborata nel Massachusetts Institute of Technology (MIT).
Cosa rende "pazzo", allora, chi avanza l'ipotesi di un qualche coinvolgimento dell'amministrazione americana negli eventi dell'11 settembre? Il pensare che un governo possa aver complottato per provocare una simile atrocità sul proprio territorio e a danno dei propri cittadini. Le responsabilità principali del Presidente, del Vice-Presidente, del loro gabinetto, delle agenzie di intelligence e dei dirigenti militari sono infatti quelle di proteggere gli Stati Uniti e i cittadini americani, non il contrario. Dunque, si è convinti, come dice Griffin, a priori che qualsiasi teoria su un simile complotto sia falsa, perché i leader americani non si comporterebbero mai in quel modo.
Eppure precedenti storici "ufficiali" non mancano. Basterebbe ricordare in merito l'operazione Northwoods: nel 1962, venne formulato un piano ora noto perché di recente ne sono stati desecretati i documenti relativi. La CIA aveva preparato "un programma di operazioni contro il regime di Cuba" il cui scopo era sostituire il regime di Castro con un altro "più accettabile per gli Stati Uniti, ma con mezzi che nascondono l'intervento statunitense". Nel primo foglio del "Memorandum per il capo delle operazioni, Cuba project" firmato da tutti i capi dello Stato Maggiore riuniti, era scritto : "La decisione di intervenire rappresenterà l'esito di un periodo di accentuate tensioni Stati Uniti - Cuba, tali da mettere gli Stati Uniti nella posizione di nutrire ben giustificati risentimenti". E' importante che "ne venga camuffato l'obiettivo ultimo". Parte dell'intento era influenzare l'opinione pubblica mondiale e in particolare le Nazioni Unite "diffondendo a livello internazionale la convinzione del governo cubano fosse una compagine avventata e irresponsabile, una minaccia alla pace dell'Occidente". Basterebbe sostituire la parola "Irak" a "Cuba" e si fa un salto dal 1962 ai giorni nostri.
A leggere i piani della CIA, tanti scenari considerati "fantascientifici" smettono, di colpo, ad esserlo: "Potremmo condurre una campagna terroristica di matrice cubana nella zona di Miami, in altre città della Florida e perfino a Washington. Potremmo affondare un'imbaracazione carica di cubani in rotta verso la Florida (sia che siano profughi veri o simulati). E' possibile creare un incidente che dimostri in maniera convincente che un aereo cubano abbia attaccato e abbattuto un aereo charter civile. I passeggeri potrebbero essere un gruppo di studenti di college in vacanza". Proprio quest'ultima ipotesi avvalora le tesi più inverosimili di chi crede in un coinvolgimento degli Usa a fianco di Bin Laden: "Nella base aerea di Elgin un aereo verrebbe dipinto e numerato per essere l'esatta copia di un volo civile appartenente a una compagnia gestita dalla CIA che opera nell'aria di Miami. A un'ora prefissata la copia si sostituirebbe al vero aereo civile e al suo interno verrebbero fatti salire i passeggeri già scelti in precedenza, tutti registrati con pseudonimi appositamente preparati. Il vero aereo civile verrebbe quindi trasformato in un drone (apparecchio automaticamente controllato a distanza). Le ore di partenza dell'aereo drone e del vero apparecchio verrebbero quindi calcolate in modo da permettere un rendez-vous nel sud della Florida. Subito dopo aver raggiunto il punto di rendez-vous l'aereo con a bordo i passeggeri scenderà a una quota minima e poi si dirigerà verso la pista ausiliaria della base di Elgin, dove i passeggeri saranno evacuati e l'aereo tornerà alle sue condizioni originali. L'aereo drone nel frattempo continuerà a seguire il piano di voto prestabilito. Quando si troverà sopra Cuba il drone trasmetterà sulle frequenze internazionali di emergenza un messaggio "May day", dichiarando di trovarsi sotto attacco di un MIG cubano. La trasmissione si interromperà con la distruzione dell'aereo comandata da un segnale radio".
Quanto riportato sopra non è un piano escogitato da extra-terrestri e importato da Marte, ma un documento ufficiale della CIA con tanto di firme di capi dello Stato Maggiore e di timbro Top secret. In questo - come in altri piani - anche se fossero apparsi sui giornali gli elenchi delle vittime per "provocare un'ondata di sdegno nazionale", lo stratagemma non avrebbe comportato l'effettiva perdita di vite umane. Ma ciò non valeva nel caso in cui si prevedeva di "affondare un'imbarcazione carica di cubani" o quando si è detto "Potremmo far esplodere una nave americana alla fonda nella Baia di Guantanamo e poi incolpare Cuba dell'incidente". Ecco perché i sospetti sull'11 settembre non sono azzardati. E come dice Griffin, se subodoriamo il marcio ma taciamo per paura, possiamo dire addio a qualsiasi pretesa di essere il paese degli uomini liberi e la patria dei coraggiosi. E, di fatto, anche una democrazia. Forse dobbiamo semplicemente affrontare i discorsi che preferiamo evitare, al posto di scatenare campagne mediatiche atte a criminalizzare e a dipingere come "pazzo" chiunque dubiti dell'affidabilità delle "versioni ufficiali".
Questo impegno deve essere un dovere, una missione da intraprendere, costi quel che costi, visto che c'è il sospetto - come dice Griffin - che qualcuno si stia servendo delle versioni ufficiali per scopi nefandi, all'interno degli Stati Uniti e nel resto del mondo. Che nelle intenzioni dell'amministrazione Bush ci fosse già l'intenzione di usare "la guerra al terrorismo" come pretesto ad attaccare altri paesi non è un mistero. Un articolo del Newsweek riporta una notizia in base alla quale, prima di andare in Irak, alcuni consiglieri di Bush patrocinavano anche azioni contro l'Iran, la Corea del Nord, la Siria e l'Egitto. Molti analisti sostengono, a ragione, che gli obiettivi di questa guerra sono quelli di condizionare lo sviluppo politico ed economico dell'Europa e della Cina.
A rendere ancora più preoccupante questa visione di "guerra globale" e ad avvicinarla - piaccia o meno - ai folli piani di Hitler, basta leggere le parole di Richard Perle - membro fondatore del PNAC e consigliere fino al febbraio del 2004 del Pentagono - che in un'occasione descrisse la "guerra al terrorismo" in questi termini: "Si tratta di una guerra totale. La combattiamo contro nemici di ogni risma. Quanti ce ne sono in giro ! Non si fa che parlare di andare prima in Afghanistan, poi in Irak [...]. Questo modo di affrontare la faccenda è del tutto sbagliato. Basta far sì che la nostra visione del mondo si diffonda [...] ingaggiando una guerra totale [...] e tra qualche tempo i nostri figli intoneranno inni sulle nostre imprese"
26/09/2004
Salamelecchi

Scommetto che accompagnando il reggente saudita nella Casa Bianca, con tanto di salamelecchi, Cheney pensava "Arabia mon amour...Quello si che è un paese perfetto e pacifico!" (Sulla BBC, infatti, Rumsfeld affermava che ci si poteva anche ritirare da un Irak non proprio pacifico e perfetto perché "tanto non era pacifico e perfetto neanche prima (sic!)")


Questo invece si che è perfetto e pacifico. A suon di decapitazioni e frustate pubbliche, ma perfetto e pacifico. Vero?
25/09/2004
Shalom

Ringrazio l'autrice della seguente lettera per la sua eccezìonale sensibilità e la sua dimostrazione d'affetto. Condivido pienamente forma e contenuto, e pubblico volentieri, quale invito alla riflessione.
Ciao Sherif,
Innanzitutto mi complimento per la tua cultura storico-sociale e per il bel blog che hai creato.
Leggendo quanto hai scritto non resto stupita più di tanto,in quanto le differenze razziali mettono paura all'uomo da che mondo è mondo. Questo è riferito a tutti: Italiani, Americani, Africani, Medio orientali ecc...E' nella natura umana l'odio, il rancore, la vendetta, perché l'uomo di per se è cattivo come "animale". Scusatemi il paragone ma è cosi che credo sia giusto classificare la razza umana: degli animali sviluppati, chi più chi meno, in intelletto e ragione. La cosa che mi fa pensare di classificare cosi l'uomo è la naturale propensione alla difesa del territorio, la preservazione della razza,e quindi l'assicurare il cibo e salute ai piccoli come qualsiasi altro animale, anche uccidendo.
Detto questo mi permetto di concordare con te riguardo il tuo giudizio sulla "signora" Fallaci. La suddetta secondo me cerca di sfruttare le varie situazioni politico religiose per aumentare le vendite dei suoi scritti. Un giorno è incazzata con gli Ebrei, un altro con i Palestinesi, ed ora con gli Islamici.
Premetto che non condivido e farei fuori con piacere i vari integralisti, ma di tutte le religioni! Essere islamici non vuol dire per forza uccidere bambini o Americani, Italiani. E' una religione ,professata come si professano le altre e non si deve fare di tutta un erba un fascio...Dobbiamo essere obbiettivi...Come diceva Marx la religione è l'oppio dei popoli e mai come ora è cosi vero..sposare cause religiose per conquistare potere e dominare gente culturalmente poco sviluppata ma molto motivata religiosamente è di moda.
Spero che il futuro ci riservi qualcosa di buono, ma la vedo molto dura...Si tornerà nel mondo e qui in Italia a doverci nascondere solo perché si professa una religione diversa? Ricordiamo che Dio è uno per tutti...Per i Cristiani, per gli Ebrei, per i Mussulmani e tutte quelle categorie di "sotto religioni" createsi negli anni...Forse qualcuno dimentica che Dio è amore in tutte le religioni...ed usa il suo nome per fare guerre..
Shalom a tutti.
Un bacio Sherif e complimenti per il Blog
Daniela