07/10/2004
Intervista a Barbara Contini

Intervista a Barbara Contini
A cura di Sherif El Sebaie
Vi propongo, in anteprima esclusiva e prima che venga pubblicata da Aljazira.it, l'intervista che ho avuto l'opportunità di fare a Barbara Contini, ex-governatrice della provincia di Dhi-Qar (la cui capitale è Nassiriya). Prima di lei, avevo intervistato Vittorio Agnoletto del Forum Sociale Mondiale. Vi invito - per avere un quadro completo delle due opinioni - a leggere entrambe le interviste. Dopo l'intervista, ho riportato anche, per completezza di informazione, l'articolo apparso sulla Stampa di oggi.
Come vive la notorietà da quando è tornata in Italia?
Tutta questa cosa, dell'effetto mediatico, io non l'ho vissuta perché non avevo nè televisione, nè giornali. Quando sono tornata in Italia per cinque giorni di riposo - che riposo non è stato - mi sono trovata all'aeroporto, fuori dall'hub, davanti a due carabinieri. Mi hanno guardata e mi hanno presa a destra e sinistra, e io ho detto: "Che cosa volete?", e questi hanno detto: "Signora ci segua". E io ho detto: "Guardi che ho pagato il biglietto!". Ho pensato a droga, ho pensato a qualche cosa che potessi avere, ma io veramente non avevo nessuna idea di quello che stava succedendo in Italia, ma sul serio! Io non porto niente e non ho niente con me.... Per chi mi conosce, io faccio questo lavoro da sempre... Per cui tutto questo effetto mediatico è perché c'era l'effetto mediatico dell'Iraq.
Come mai è stata assegnata alla provincia di Dhi Qar dove è situata anche Nassiriya, sede del contingente italiano?
Era per puro caso, per puro caso, che sono stata assegnata ad una provincia dove c'era una brigata di italiani. Il fatto che io fossi italiana e la brigata italiana nella mia area non ha niente a che vedere... Cioè è andata per puro caso, assolutamente per puro caso.
Io non sono stata mandata, come delle persone pensano in Italia, da nessun governo. Io sono stata mandata li da...da me stessa, perché io ho deciso di andare in Irak nel mese di giugno del 2003. E poi ho deciso io di andare alla CPA perché gli inglesi m'hanno chiesto professionalità e background come il mio. Siccome io ho vent'anni di esperienza nella cooperazione e nello sviluppo, hanno pensato - loro -che potessi fare questo mestiere.
Quindi non sono stata mandata da nessuno, non dipendo da nessuno. E continuerò ad essere cosi perché questo è il mio lavoro. Sono italiana, e quindi ovviamente sono un posto "italiano" in un ente o in un'istituzione. Ma quando sono con le Nazioni Unite, sono un funzionario internazionale, quando sono con una ONG, faccio la cooperante, quando sono con altri organismi internazionali europei, opero come funzionario di un organismo internazionale e sempre nel quadro del mio campo. Ma non dipendo da nessuno, sono una free-lance.
Mi rendo conto che oggi come oggi tanta gente negli organismi internazionali ci va perché è raccomandata. Io nella mia vita non sono mai stata raccomandata da nessuno. All'inizio quando ero piccola ho girato il mondo e ho visto che c'era una grande disparità tra il nord e il sud, per cui, adesso, mi trovo molto meglio a lavorare in Africa, Asia, America Latina. Ogni tanto vado a salutare i miei. E continuerò ad aiutare il sud del mondo, continuerò ad andare nei paesi in cui c'è bisogno di peace-keeping o c'è una transizione perché questo è il mio lavoro. Questo faccio. Adesso sono in Sudan, nel Darfur, dove la situazione è peggiore dell'Iraq. Quindi...
Lei ha detto che è capitata a Nassiriya - dove c'è anche la brigata italiana - per caso. In Italia si è anche parlato di una presenza italiana, a Nassiriya in particolare, a causa di un accordo dell'Eni con il precedente governo iracheno per i giacimenti petroliferi. Qual'è il suo commento in merito?
Io non ho mai saputo niente di questa cosa. Il fatto che io sia andata a Nassiriya è dovuto a questo fatto: io lavoravo a Bassora già da sei mesi ed ero responsabile di tutti i progetti che riguardavano le infrastrutture più importanti del sud Iraq, stavo facendo questi progetti in quattro province. Dopo cinque di mesi, un ambasciatore inglese - che era il regional coordinator di tutte e quattro le province - se n'è andato. Ed è arrivato un'altro ambasciatore inglese che era molto più pratico, meno ambasciatore, e che aveva deciso di operare. Siccome io ormai lavoravo da alcuni mesi li, lui ha preso diverse persone - fra cui me - e ha dato a queste persone diversi incarichi. Ha chiesto a certa gente di andare a Baghdad, ad altri di compiere incarichi importanti a Bassora stessa, poi ha chiesto a me, unica donna, di prendere in carico una problematica che c'era nella provincia di Dhi Qar. Là c'era un diplomatico inglese, un maschio, che era lì da sei mesi. Ma erano stati cambiati - solo in quella provincia - in nove mesi, tre persone: tre inglesi diversi. Quindi, li c'era un problema: o erano i tre inglesi, o era il fatto che non si riusciva a parlare con il governo locale, o era il fatto che ci fosse una brigata non inglese. Fatto sta che l'ambasciatore inglese, insieme a - ovviamente - il Foreign Office, e in accordo con l'ambasciatore Bremer hanno detto: va bene, mettiamo Barbara e vediamo cosa succede.
Che cosa pensa in merito al ritiro delle truppe dall'Iraq?
Chi ci è voluto andare deve prendersi la responsabilità di quello che ha fatto e quindi deve saperlo gestire. Non si può dire siamo andati, scusate, abbiamo sbagliato, andiamo a casa. No. Assolutamente. Si prendono delle responsabilità importanti e si decide di gestire il problema, probabilmente anche in maniere diverse... Le diversità dipendono dalla nostra cultura: noi, gli italiani, gli inglesi, utilizziamo certi metodi di moderazione, di flessibilità, di mediazione. Altri colleghi usano metodi diversi: perché non ci sanno fare, perché sono più giovani, perché la loro cultura non è la nostra. Quindi, naturalmente, non è che fosse tutto rosa e fiori. Certo è che gli iracheni questo lo sentivano, lo capivano.
E quindi qual'è la sua posizione in merito al trasferimento dei poteri?
Il mio pensiero è quello che ho detto a maggio e giugno se qualcuno si ricorda. Ho sempre detto che secondo me non bisogna lasciare un governorato locale da solo dopo che siamo stati vicino a loro per sei mesi o un anno. Faccio un esempio classico per spiegare cosa ha voluto dire per me venire via: quando si ha un figlio che va a scuola, alla prima elementare, e decidi di portarlo a scuola, normalmente o lo mandi a prendere da qualcuno oppure c'è l'autobus oppure vai insieme a lui. Ecco, un giorno vai con lui e lo accompagni, il secondo giorno ugualmente. Non puoi dissinteressarti completamente il terzo. In Irak è successo questo, andando via: si è tolta l'amministrazione civile, che è stata vicino alla popolazione locale fino a ieri, per un anno. Toglierla completamente, lasciando solo i militari, non aveva senso. Non aveva senso perché cosi si è creato, in Iraq - nel suo complesso - un vuoto di potere che ha ovviamente permesso quello che ha permesso. Poi se uno è capace di gestire o meno, è un'altro paio di maniche. Io sarei stata dell'idea di rimanere insieme ai governatori locali, insieme al consiglio provinciale, e aiutarli a passare fino al momento delle elezioni poi andare via... assolutamente... per carità... mica dovevamo stare li... Però stare vicino a loro fino al momento delle elezioni, si.
Lei però le elezioni le ha fatte nella sua provincia...
La mia decisione di fare delle elezioni nella provincia di Dhi Qar decisione che non è stata presa in considerazione dai miei altri 17 colleghi americani e inglesi che governavano le altre 17 province (perché forse non era il caso, non avevano voglia...non lo so...comunque non era obbligatorio), io le ho fatte perché poteva essere un'idea per far gestire i villaggi, le città, gli abitanti delle provincie a chi volevano gli iracheni. Mi è sembrata la cosa più giusta da fare. E quindi ho usato le tessere annonarie perché nel sud Iraq gli sciiti ce l'hanno, più o meno, tutti. Ho fatto il censimento in base alla povertà, cosa che non è stato molto difficile fare. Ho deciso poi di chiedere ufficialmente ai capi tribù iracheni nelle varie cittadine di fare andare a votare anche le donne. Sarà perché ero abbastanza ben voluta dalle donne, sarà perché ho sempre avuto un buon rapporto con la popolazione locale, che il 47 % delle donne è andato votare, una percentuale altissima considerato che normalmente non c'erano elezioni. Non ce sono mai state, in verità. Sono molto contenta che si siano presentate spontaneamente molte donne, anche molte carismatiche. Nel consiglio provinciale ci sono cinque donne ingegneri, o professoresse, e a livello comunale ce ne sono in quattro-cinque città vicino a Nassiriya. Le donne hanno una grande forza, una grande voglia di modernità, un'estrema voglia di avere un ponte con l'Europa.
Come donna, che quadro può dare della condizione femminile in Irak?
Le donne, in Iraq, sono la maggior parte della popolazione per ovvi motivi: dopo 35 anni di dittatura, di terrore, di torture di Saddam, sono quelle che - più o meno - sono rimaste in piedi. Come in tutti i posti, tutti i luoghi del sud del mondo o i paesi dove c'è guerra, sono sempre molto coraggiose, molto capaci ed adattabili. Quindi sono persone molto capaci da tutti i punti di vista. L'Iraq ha il numero più alto di Phd del mondo: notai, ingegneri, avvocati sono tutti fra New York, Seattle, Oxford e quelli che si vedono in televisione - di solito sotto una tenda vestiti con gli abiti locali - hanno normalmente più case di me a Londra, con consorti che vivono a Londra. Questo nessuno lo sa, e mi sembra un'informazione importante da dare. Le donne irachene sono fortissime anche perché sono fortemente "educated". A scuola ci vanno tutti lo stesso, che ci siano bombe o no. Questo ha fatto si che, comunque, ci sia un livello di istruzione alto, medio-alto. Per cui normalmente si trovano o donne irachene diplomate o laureate. E' molto difficile trovare una donna che abbia fatto solo la scuola media.
Come è stata accolta, da governatrice, in Iraq?
La donna in Irak vale, più o meno, meno di un asino. La motivazione è la seguente: l'asino porta le cose, la donna ne può portare meno. Quindi dovete immaginare il fatto che io sia arrivata li, donna, occidentale, davanti a tutti questi sceicchi e a questi governatori locali che avranno detto... va beh lasciamola li, non la disturbiamo. Oppure vediamo di dirle che siamo d'accordo, siamo contenti. Quindi ho deciso di parlare con le donne irachene, ma anche con i loro mariti. Poi vedevo che la sera, tornando a casa, le donne parlavano ai mariti e io di giorno lavoravo per fare progetti e governare. Quindi credo si siano messe assieme due cose: il fatto di essere stata amata da uomini e donne di tutta la mia provincia ma anche un discorso di stima e di rispetto che i ho avuto nei loro confronti perché sono stata io ad andare nel loro paese. Ma anche loro nei miei, perché avevano capito che facevo sul serio. Si trattava, semplicemente, di governare fino al 30 giugno: si poteva fare in maniera molto più blanda. Io ho deciso di farlo più o meno 23 ore al giorno, dormendo una o due perché avevo deciso di ottimizzare il tempo (sono milanese quindi ottimizzo il tempo) decidendo di fare varie cose assieme a uomini e donne: ho preso una quindicina di ingegneri-donne, bravissime, assieme ad altri 30 e 40 uomini, e ci siamo messi a fare i progetti in tutta la provincia.
Ha affermato che le donne in Iraq valgono meno di un asino...ma nello stesso tempo..
In Italia, non è da meno...
Nello stesso tempo ha affermato che in Iraq ci sono molte donne laureate, comunque non meno di diplomate, e che le donne convincevano i loro mariti. Come spiega questo contrasto tra le due affermazioni?
In Iraq, una volta che uno torna a casa non è come tanti altri paesi. Io ho fatto la maggior parte della mia vita nei paesi islamici. Questo è un paese molto particolare: quando torna a casa, la donna si toglie il vestito che avevo io (che magari si vedeva ogni tanto in televisione) ed è perfettamente truccata -sicuramente molto meglio di me - perfettamente vestita: una donna assolutamente occidentale. Questa è la donna irachena, eh. Cioè non è la donna - voglio dire - del Bangladesh. Nel Bangladesh, stai con il vestito nero, stai in casa, stai zitta, muta. E' un'altro tipo di donna, in questo senso.
Quindi hanno comunque un peso nella società?
Si, assolutamente. Però è un peso che hanno, diciamo, in famiglia. Non si dice, insomma.
Cosa ha fatto, allora, per poter lavorare, per farsi accettare dai capi-tribù, per trattare con i ribelli?
Ho cercato di fare tre cose: ho cercato di farmi conoscere, essere umile, capirli, seguirli, essere interessata a loro. Poi ho fatto progetti per loro, e questo l'hanno visto. E poi ho dato loro lavoro. probabilmente questo ha fatto si che dicessero che, va beh...non è solo simpatica e carina... magari qualcosa può fare.
I capi-tribù, in fondo, sono uomini, giusto? Sopratutto iracheni. Allora: uomini iracheni, bisogna farli parlare, bisogna lasciarli parlare, perché è giusto, perché ovviamente devono esprimersi, perché devono dire tutto quello che pensano, devono gridarmi dietro, devono dire che non va bene, devono dire che hanno bisogno di soldi ed io era nella funzione in cui dovevano chiedere i soldi a me. Ad un certo punto, passate le due ore, io non ce la faccio più. Dopo due ore, io dico: Adesso basta ! Adesso, per favore, lasciate parlare me. Forse l'ho detto in una maniera abbastanza forte, ma siccome erano 48, e io non sono magra...bisogna far vedere un pochino di forza e quando si fanno vedere i muscoli e i risultati che uno fa, allora ti ascoltano. La prima volta rimangono meravigliati e si stupiscono, la seconda dicono "questa qua cosa vuole"?, la terza ti stimano. Ci vuole un pò. Ma anche con gli italiani, non ti dico quanto è dura...
Per quanto riguarda i terroristi invece, è stato diverso: è stata una scelta non occulata sicuramente, ho rischiato tantissimo. Sono stata assolutamente imprevedibile e ho giocato sull'imprevedibilità. Ho giocato dove sapevo che nessuno mi aspettava. Mi poteva andare male, ma non l'ho fatta una volta sola, l'ho fatto diverse volte. Comunque sia, decidi di fare queste cose e decidi di prenderti la responsabilità, perché hai tanta gente, tanti civili, sotto la tua responsabilità. Li non puoi giocare: o decidi che a Nassiriya il giorno dopo ci sarebbe sangue dapertutto, in tutta la città, e si fa la guerra oppure decidi di rischiare l'ultima cosa, l'ultima carta che ti rimane. In questo caso io ho giocato l'ultima carta, l'ho fatto una volta, e più di una volta, e lo rifarei per tutti i ragazzi che ci sono li.
La situazione sta peggiorando come si legge sui giornali? Come lo vede lei, l'Iraq, nei prossimi due anni?
L'Iraq sta procedendo perché stanno procedendo tutti i progetti grossissimi per cui lavorano un sacco di aziende irachene. Stanno procedendo le amministrazioni locali: so che vanno a Baghad a riunirsi e a parlare. La società civile sta sicuramente migliorando tantissimo. Ovviamente tutto questo è difficile farlo in una situazione di scontri continui nel triangolo maledetto. Per triangolo intendo dire tutto quell' entourage di Saddam ricco e potente concentrato a Tikrit - Falluja - Ramadi. Se si toglie, per un secondo solo, si vedrà un Irak che va avanti. Poi c'è il terrorismo internazionale, ma è un'altra cosa. Ci sono quindi questi che non vedono l'ora che gli occidentali se ne vadano, cosi almeno fanno fuori quelli che hanno collaborato con noi. Poi c'è il terrorismo internazionale... ma è poca gente...E sai perché? Perché gli iracheni non si lasciano prendere da altri paesi in maniera forte, predominante. Quindi sono gli iracheni stessi che gestiscono, hanno un carattere molto forte e sono molto orgogliosi. Se ci sono link con il terrorismo internazionale? Si. Ma in questo caso chi sta facendo il baccano sono iracheni per gestire poi il potere in Iraq. Non è quello che uno immagina guardando la televisione....Quello che uno immagina è che questi stiano facendo rumore e baccano contro gli occidentali, non è cosi. Chi conosce la storia dell'Irak, chi vive in Irak, è un'altra cosa. Quello che sta accadendo è un'altra cosa. Sono estremamente intelligenti, gli iracheni, e di fatto prendono in giro quegli stupidi che fanno la resistenza.
Quello che i media fanno vedere tutti i giorni sono le autobombe, i mortai, i rpg7. Ma c'è tutto un altro Iraq - quello della ricostruzione - che sta cambiando molto, l'Iraq della gente che si sta interessando al futuro, che sta pensando che sarà importante essere presenti e partecipi nella società civile. Io vedo tantissimi miei colleghi che la vedono abbastanza nera, ma io penso di conoscere un pochino gli iracheni, quindi oso pensare e voglio sperare - perché se uno non è per un attimo positivo allora è finita - che usino il loro aspetto "camaleontico" per cambiare tantissimo e che questo sfoci in un calmarsi immediatamente dopo le elezioni. Certo, è naturale, ci saranno sempre i poteri forti ma l'importante è che si calmino. Ci sono altri miei colleghi però che la vedono...nera.
Intervistando il sig. Agnoletto, del Forum Sociale Mondiale, lui l'aveva "accusata", diciamo, di essere responsabile "morale" degli abusi nelle prigioni. Agnoletto ha affermato che si sapeva che i carabinieri consegnavano dei prigionieri che poi venivano trattati in un certo modo, e chi sapeva - dice lui - e ha taciuto è almeno responsabile sul piano morale. Come gli replica?
Mi viene da ridere. Però, adesso le dico: il signor Agnoletto io non lo conosco ma se volesse dirmi questa cosa in faccia, avrei piacere e non avrei nessun problema a parlargli. Dunque, io non so se lui sappia da dove vengo io, comunque - in ogni caso - io come ho detto faccio questo lavoro da vent'anni: ho lavorato nell' industria, nelle nazioni unite e nei sindacati. Forse qualcuno lo dimentica ogni tanto. Allora, quando io ho lavorato con le ONG e i sindacati, ho lavorato con tutte le tavole della pace del mondo e con tutte le ONG del mondo. Probabilmente, lui non c'era ancora, non lo faceva ancora questo lavoro. Glielo posso assicurare, perché io lo facevo già. Se si informasse sul mio background, forse sarebbe meglio. Tutto quello che accadeva nella mia zona era regolarmente controllato da me, dalla brigata italiana e dagli inglesi, che controllavano gli italiani. Quindi io ero sempre nel mezzo. Non esistevano prigioni da noi. Esistevano posti di polizia che tutti i giornalisti sono venuti a vedere - e io sono andata con loro - dove venivano messe le persone che avevano fatto una cosa o l'altra piuttosto che...Non crimini terribili, perché non c'erano crimini terribili, non hanno ucciso. Erano tutti in luoghi di polizia, in stanze di polizia, che i carabinieri dell'MSU, regolarmente, giornalmente, passavano a vedere o, settimanalmente, a fare i controlli medici. Cose che fanno normalmente i militari. Mi spiace per il signore, che adesso sta a Bruxelles, mi sembra, a 47 milioni al mese, no?
Intervista a cura di Sherif El Sebaie
E ora, per completezza di informazione, riporto l'articolo apparso su La Stampa in data 7/10/2004, pag. 50, dal titolo "Le donne sono la speranza dell'Irak":
“In certi momenti è meglio “prendersi una vacanza” e lavorare con un computer”, magari a Kuwait City”. Sorride e sceglie la strada dell’ironia, Barabara Contini, già governatore di Nassiriya, rispondendo alle domande dei cronisti sul rapimento di Simona Pari e Simona Torretta in Irak. Ieri sera, Contini è intervenuta all’auditorium della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, assieme alla giornalista Lella Golfo (tra le promotrici del “Premio Marisa Bellisario”) [nota di Aljazira.it: il premio è stato assegnato alla Contini nel 2004] a concludere il ciclo di incontri intitolato “Noi, storie di donne contemporanee”. Per Contini, “Ora chiunque sia occidentale rischia in Irak. Ci sono momenti in cui bisogna lasciar lavorare gli altri”. Dal luglio del 2003 al luglio del 2004, è stata il punto di riferimento per la popolazione della provincia di Dhi Qar, nel sud dell’Irak. “Il 47 % sono donne e tra loro il 97 % ha un diploma o una laurea” racconta. Anche se “in quella terra, una donna vale più o meno quanto un asino. Dipende dal peso che può portare”. Proprio alle donne irachene aveva deciso di rivolgersi fin dal primo giorno del suo arrivo nella provincia di Dhi Qar. “Era importante stabilire un contatto con loro. E quando poi è accaduto che le donne parlassero a casa con i mariti la sera, beh, questo ha significato essere a metà dell’opera” ha ribadito. Contini ha le idee chiare sulla situazione in Irak: “Siamo stati costretti ad andarcene, ma è stato un errore. Non aveva senso abbandonare la parte amministrativa. Sarebbe stato meglio restare al fianco del governorato e della provincia locali, per aiutarli fino alle elezioni”. E ancora: “Ci saranno problemi fino a quando non ci saranno le elezioni e questo era preventivato. Era chiaro che ci sarebbe stato un vuoto di potere. E quando c’è un vuoto di potere ci sono cani, lupi e tutto il resto che attaccano”. E riguardo al ritiro delle truppe Usa dall’Irak ipotizzato dal segretario alla difesa Donald Rumsfeld, l’ex governatore di Nassiriya sfodera ancora l’arma dell’ironia: “Deve aver avuto un mal di testa. Non credo assolutamente che gli americani vadano via dall’irak prima delle elezioni”. Barbara Contini e Lella Golfo hanno parlato in un auditorium “blindato” da agenti e carabinieri, misure di sicurezza necessarie dall’attentato dell’altra sera (un ordigno incendiario) accompagnato da cinque volantini con scritto “Torino dà in questo modo il benvenuto alla serva di Bush e di Berlusconi, aguzzina dell’Irak invaso. Solidarietà con l’Irak e i popoli in rivolta”. La risposta dell’ex governatrice: “Mi dispiace moltissimo per quanto è accaduto. Queste persone non mi conoscono altrimenti saprebbero che da vent’anni lavoro per il sud del mondo e vorrei vedere se qualcuno di loro ha fatto più anni di me in posti del genere. Non sono la serva di nessuno”.