19/10/2004
Le nuove frontiere dell'antisemitismo "1 di 4"

In questi ultimi anni, è apparsa una nuova forma di razzismo, alimentata dal fenomeno di migrazione dai paesi in via di sviluppo verso l’Occidente. Pur avendo le stesse caratteristiche del razzismo nazista o fascista, non ne ha l’ apparenza esteriore: è un razzismo che vuole sembrare difensivo, che mira ad allontanare non tanto il rischio di contaminazione biologica quanto sociologica e culturale. Più che di un razzismo che delinea gerarchie razziali (anche se tende sempre più a farlo) è un razzismo che proclama le differenze – etniche, sociali, culturali – e che sostiene la loro ineluttabilità, anzi la loro necessità. I sociologi Laura Balbo e Luigi Manconi hanno studiato questo razzismo “differenzialista” e ne hanno individuato alcune caratteristiche. Hanno cosi descritto una forma di razzismo “addizionale o di allarme” che sottolinea il pericolo del dilagare di criminalità e di violenza (di questi tempi il terrorismo) da parte di individui sradicati dalle loro società di provenienza: una sorta di razzismo falsamente raziocinante che cela i tradizionali pregiudizi e diffidenze dietro un’apparente manifestazione di buon senso che insiste sulla rappresentazione miserabilista delle condizioni di vita degli immigrati e sulla cancellazione della loro dimensione quotidiana. C’è poi un razzismo “concorrenziale” che teme gli immigrati come potenziali competitori nel possesso e nello sfruttamento delle risorse nazionali, considerate “proprietà privata” degli abitanti originari. Potrebbe sembrare strano, se riferito all’ “emancipata” società occidentale, ma le donne vengono ritenute parte integrante di quelle “proprietà”. Generalmente però, è una concorrenza che rischia di esplodere soprattutto per quanto riguarda la risorsa del lavoro in una situazione economica destinata a fare della disoccupazione un fatto strutturale della sua organizzazione. Infine, c’è un razzismo “culturale”, che nasce dalla “difesa” del proprio sistema di valori, della propria cultura e del proprio stile di vita e dal rifiuto o svalutazione di valori, cultura e stile di vita altrui. Sottovalutare e minimizzare queste tipologie di razzismo, o addirittura tollerarle come succede adesso, è alquanto pericoloso: il passaggio dalle differenze “culturali” a quelle puramente “biologiche” o “razziali” è infatti abbastanza breve. Le sue basi “scientifiche” sono in testi come “Sociobiologia. La nuova sintesi” di Edward Wilson (1975), dove l’autore sostiene che i fondamentali comportamenti sociali dell’uomo – quelli legati alla sfera dell’etica, della politica, finanche della religione – sono deterministicamente riconducibili al patrimonio genetico. Ma anche Levi Strauss afferma che “Il ritmo e l’orientamento dell’evoluzione biologica dell’uomo sono determinati in amplissima misura dalle forme di cultura adottate nei vari luoghi, e dai costumi adottati in passato o tuttora prevalenti. Anziché domandarci se la cultura è o non è funzione della razza, scopriamo che la razza – o quanto generalmente si intende con questo termine – è una tra le funzioni della cultura. È la cultura di un gruppo che determina i limiti geografici che esso si assegna o subisce, i rapporti di amicizia o ostilità che mantiene con i popoli vicini”. Nel modesto parere del sottoscritto, il tentativo di stabilire elementi di intersezione tra biologia e cultura (o il contrario) con ferrei rapporti di causa-effetto, è particolarmente pericoloso e premonitore. D’altronde, l’inesistenza di tale legame è semplicemente dimostrata dal fatto che un bambino indiano, africano o cinese, cresciuto in occidente assorbe tutti i valori e gli ideali occidentali, indipendentemente dalla sua origine.
Ciò che conta comunque, è che il razzismo – in tutti questi casi – viene ritenuto un mezzo “difensivo”: non siamo noi a voler sterminare loro, ma loro a voler sterminare noi, togliendoci risorse o imponendoci la loro cultura, nella migliore delle ipotesi. Da qui la decisione di sterminarli preventivamente. L’elemento strano, ma al contempo pericoloso, è che si tratta di “razzismo senza razzisti”, in cui – in mezzo alle tanti farneticanti affermazioni razziste – appare sempre una formale negazione delle stesse, del tipo: “Premetto che non sono razzista, ma gli arabi dovrebbero civilizzarsi”. Una formula simile è riscontrabile nei libri della Fallaci che afferma di essere “abituata a stare con tutte le razze e tutti i credi, cittadina abituata a combattere tutti i fascismi e tutte le intolleranze, laica senza tabù” salvo poi parafrasare il Mein kampf di Hitler in chiave anti-islamica. Questo paragone, già espresso in un mio articolo sulla signora in questione, è stato giudicato “eccessivo” da parte di alcuni lettori. Ma un lettore del mio blog ha gentilmente dimostrato, in un suo commento, il parallelo Fallaci-Hitler riportando questi due brani: "Oramai la nostra, caro Romano Prodi, non è più Europa, ma Eurabia. Anche per colpa tua, e poi di Fini, Berlusconi e dei preti. Ci hanno invasi, lo hanno stabilito a tavolino i loro capi terroristi, e li abbiamo aiutati nel loro progetto: gli islamici così sono i nostri padroni. Il ventre molle di questa Europa, destra e sinistra, cattolici e laici, si è lasciato attraversare dalla spada di Allah e quasi ringrazia, mostra il volto festoso. E non capisce che siamo perduti. Resta qualcosa da fare? Provare a resistere. Toglierci dalla faccia il sorrisino beota. Usare la ragione e la forza, confutare l’Islam e le motivazioni irrazionali e suicide di chi lo ha voluto e lo vuole ospite riverito. Altro che baciare il Corano. Quelli ci sottometteranno, e prima ci intimidiscono con il terrore" brano tratto da “Oriana Fallaci, La Forza della Ragione (sic)” e il seguente, tratto invece dal Mein Kampf di Hitler: “L’importanza del valore del sangue di un popolo può diventare totalmente efficace quando questo valore è doverosamente valutato ed apprezzato. I popoli che non capiscono questo valore o che non lo sentono più per mancanza di un istinto naturale, incominciano a perderlo immediatamente. La mescolanza del sangue e il danno alla razza sono perciò le conseguenze che, senza dubbio, all’inizio non di rado vengono introdotte per mezzo di una cosiddetta predilezione per le cose straniere, che in realtà è invece una sottovalutazione dei propri valori culturali nei confronti dei popoli stranieri. Quando un popolo non apprezza più l’espressione culturale della propria vita spirituale condizionata attraverso il suo sangue, o incomincia addirittura a vergognarsene allo scopo di rivolgere la sua attenzione a espressioni diverse della vita, rinuncia alla forza che sta nell’armonia del suo sangue e nella vita culturale che ne è nata. Allora gli Ebrei possono farsi avanti sotto ogni forma, e questi maestri dell’avvelenamento internazionale e della corruzione razziale non avranno riposo finché non avranno completamente sradicato e corrotto questo popolo. La fine perciò è la perdita di un definito valore unitario razziale, e in seguito il declino ultimo”. Di fatti, l’antisemitismo nazista era motivato dalla fantasia che esistesse una sorta di grande al-Qaida degli ebrei, guidata dagli anziani Savi di Sion, che aveva creato gli orrori della rivoluzione russa e che stava cercando di impossessarsi del mondo intero, come ordinava loro il Talmud.
Perché insisto cosi tanto sulla Fallaci? Perché i suoi testi e il successo che hanno riscontrato mi ricordano il successo di “La France Juive” di Edouard Drumont, uno dei più importanti protagonisti dell’antisemitismo europeo. L’opera in questione usci nel 1886 e raggiunse in pochi anni le duecento ristampe, con centinaia di migliaia di copie vendute. Nei suoi volumi, scritti con chiaro stile giornalistico diffusivo, Drumont sostenne le principali tesi dell’antisemitismo moderno. Quali furono le conseguenze, in era moderna, di una simile ideologia è ben noto a tutti: basterebbe ricapitolare la storia della Shoah o dare un’occhiata ai campi di concentramento nazisti per capirlo. I libri della Fallaci quindi - e lo stesso vale per le dichiarazioni dei vari politici, giornalisti e uomini religiosi o sedicenti tali improntate sullo stesso tono - sono chiari preamboli da non sottovalutare di quella che non esito a chiamare “L’era del ritorno dei forni” La Fallaci stessa, sottoposta a processo, si è appellata alla libertà d'espressione e ha affermato che è "ormai venuta l'ora di fare dell'anti-islamismo elementare" che presumo voglia essere paragonabile all’antisemitismo elementare del Mein kampf che ha dato il via alla “soluzione finale”. Considerato il clima attuale quindi, c’è un sostanziale pericolo di vedere risorgere i lager nazisti in chiave antislamica. Ma forse sarebbe più corretto definirli, di nuovo, in chiave antisemita. Solo che stavolta i semiti in questione non sono gli ebrei, bensì gli arabi. D’altronde, il termine “antisemitismo” - come afferma Gadi Luzzatto Voghera, studioso di storia degli ebrei in età contemporanea – non è chiaro e di conseguenza risulta anche difficile una definizione non equivoca della parola stessa. In effetti, il “semitismo” - dice Voghera - non indica alcun tipo di movimento, di ideologia politica, di corrente culturale. Quando, nella seconda metà dell’ottocento, questo termine entrò nel vocabolario, ci si riferiva a un’ipotetica quanto infondata caratterizzazione di razza che avrebbe dovuto identificare il gruppo di popolazioni che derivavano dal ceppo linguistico cosiddetto semitico, di cui – guarda caso – anche gli arabi fanno parte. Da qui, la mia proposta di estendere le frontiere della persecuzione legale di crimini o offese antisemite, nell’immaginario comune e soprattutto nelle aule dei tribunali, alla fiorente industria letteraria o alla sua trasmissione orale che qualifica gli arabi con i peggiori epiteti e luoghi comuni. Considerati i precedenti storici e i chiari paragoni attuali, mi sembra in effetti il minimo per scongiurare - o quanto meno ritardare - “l’epoca del ritorno dei forni” che potrebbero benissimo estendersi di nuovo anche agli ebrei stessi, cosa che la Lega internazionale contro il razzismo e l’antisemitismo ha probabilmente capito prima di tutti, con la decisione di scendere in campo contro la Fallaci in Francia. Domani vi illustrerò il perché di una simile affermazione.
19/10/2004
Avere una personalità
"Professore, ma non ha capito che oggi solo pochissimi possono permettersi di avere una personalità? I cantanti, i calciatori, le attrici, la gente che sta in televisione, loro esistono veramente e fanno quello che vogliono, ma tutti gli altri non sono niente e non saranno mai niente. Io l'ho capito fin da quando ero piccola così. La nostra sarà una vita inutile. Mi fanno ridere le mie amiche che discutono se nella loro comitiva è meglio quel ragazzo moro o quell'altro biondo. Non cambia niente, sono due nullità identiche. Noi possiamo solo comprarci delle mutande uguali a quelle di tutti gli altri, non abbiamo nessuna speranza di distinguerci. Noi siamo la massa informe"
Una studentessa 15enne spiega al suo docente, su Repubblica, le ragioni dei jeans a vita bassa.
Ora vediamo come sono quelli che possono permettersi di avere una personalità

La pornostar che si denuda in pieno campo...

Patrizia Pellegrino che attacca Ana Laura mentre Aida Yespica e Antonella Elia arrivano alle mani, sull'Isola dei famosi...

Un partecipante tipico del Grande Fratello...
Quelli si che hanno una personalità !
Siamo ben messi.