21/10/2004
Le nuove frontiere dell'antisemitismo "3"

Nota per Andrea: Visto che il commento che le avevo preparato si è "volatilizzato" causa problemi tecnici, le prometto di affrontare le tematiche da lei sollevate in un post a sè stante non appena sarà finita la serie. Promesso ! Intanto consiglio tutti i lettori di dare un'occhiata ai commenti riportati in calce alle precedenti due puntate.
Con il percorso storico presentato ieri, non voglio negare che ci siano stati - prima del sorgere della questione palestinese - episodi di ostilità tra ebrei e musulmani, più per ragioni politiche che per ragioni teologiche, come sopra chiarito. Il primo dei quali avvenuto - in base alla tradizione islamica - quando il profeta dell’Islam, Maometto, si scontrò con le tribù ebraiche dei dintorni di Medina che non erano intervenute a sostegno dei musulmani contro i politeisti meccani che assediavano la città nonostante avessero sottoscritto la costituzione medinese che affermava, negli articoli 24,25,26,27,28,29,30,31,32,33,34: “Gli ebrei ed i credenti formano un unico popolo : gli ebrei conservano la propria religione e lo stesso i credenti. Ciò vale anche per i loro clienti. Rappresentano, però un'eccezione quelli che hanno commesso il misfatto o un tradimento: costoro portano alla perdizione se stessi e la loro causa” e nell’art. 35: “Gli ebrei devono pensare alle loro spese particolari ed i credenti alle proprie. Hanno, però, l'obbligo di soccorrersi a vicenda se qualcuno muove guerra a quelli menzionati in questo foglio. Fra loro devono esistere rettitudine ed onestà; la buona fede vale più dell'inganno e nessuno deve ingannare più il proprio confederato. Si deve venire in soccorso di chi è ingiustamente trattato”. Nella successiva storia del mondo islamico, come dice Lewis, “E’ necessario fare subito una precisazione: vi sono ben poche tracce di una qualche ostilità emotivamente radicata diretta contro gli ebrei – o, in questo senso, contro ogni altro gruppo – simile all’antisemitismo del mondo cristiano. Vi erano tuttavia atteggiamenti negativi. Questi erano, in parte, i “normali” sentimenti di un gruppo dominante nei riguardi dei gruppi sottomessi, con paralleli in pressoché qualsiasi società che si voglia prendere in esame”, in un’epoca in cui era considerato funzionale al potere, nonché normale, non deviare da certi modelli sociali fortemente radicati nelle mentalità di tutte le comunità assoggettate. È vero quindi che non vi era da parte del dominatore musulmano la tendenza a concedere la parità, ma va tenuto in conto che il concetto stesso di parità non esisteva in un epoca in cui le idee di uguaglianza fra l’umanità erano considerate assurde e insensate un po’ da tutti. Un’ eventuale azione politica votata alla parità, in quell’ epoca, sarebbe stata interpretata come un segno di debolezza da parte dei governanti, con conseguenze strategiche e militari incalcolabili. Ciò nondimeno, vi era un atteggiamento favorevole al vivere e lasciare vivere, e anche un certo rispetto nei confronti di coloro che detenevano e tramandavano antiche culture e rivelazioni. Non va dimenticato in effetti che gli ebrei, al pari dei cristiani, erano considerati – dai musulmani - “popoli del libro” a cui andava garantita la libertà di culto e una sostanziale autonomia nella gestione degli affari e persino della giustizia (con i tribunali rabbinici pienamente funzionanti) all’interno della propria comunità il che non vietava però agli ebrei di rivolgersi al giudice musulmano per risolvere eventuali controversie interne. Gli ebrei dell’Islam non erano soggetti, come in Europa, a restrizioni nel campo delle professioni: essi potevano perfino raggiungere posizioni di rilievo in molti campi, dalla medicina alla diplomazia e gli esempi non mancano. Salvo rarissime eccezioni, non erano soggetti a restrizioni abitative: il fenomeno della “Hara-t-al-Yahud” (Quartiere degli ebrei) era dovuto ai meccanismi sociali che fanno si che determinati gruppi etnici o religiosi si aggreghino entro determinati confini. Nelle città arabe, e nella stessa Gerusalemme, esistono quartieri noti come dei cristiani, armeni o musulmani, con buona pace della signora Deborah Fait, la quale - sfoggiando un’ pessima conoscenza linguistica - ha confuso il termine arabo quartiere (Hara) con merda (khara) in una sua affermazione pubblicata su un portale propagandistico: “anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano Hara" aggiungendo "Chi conosce l'arabo sa che significa merda" dando quindi l’impressione che gli ebrei vivessero in quartieri chiamati dagli arabi “merda”. Le restrizioni in termini di abbigliamento o di copricapo indossati dai vari sottogruppi all’interno della società islamica, spesso menzionati come prova della discriminazione a danno degli ebrei in terra musulmana, servivano come elemento di riconoscimento tanto interno quanto esterno e, in molte situazioni, non comunicavano intenzioni ostili, aggiunge Lewis: “Da tempi molto antichi fino ai giorni nostri infatti, in certe regioni vari gruppi settari, regionali, etnici e tribali hanno conservato e perfino tenuta in grande considerazione il taglio, il colore e lo stile dei loro abiti e copricapo, che li contrassegnava come diversi da altri popoli e perciò, presumibilmente, superiori ad essi. Un abbigliamento particolare serviva anche all’utile scopo di facilitare il reciproco riconoscimento e la richiesta di solidarietà e sostegno, soprattutto da parte dei dominatori musulmani che all’inizio si trovarono in condizioni di minoranza rispetto alle popolazioni assoggettate”. Problema che invece non si presentava in Occidente, dove gli ebrei erano l’unica esigua minoranza del territorio. Già nel settimo secolo a.C. il profeta Sofonia (I,8) afferma che “nel giorno del sacrificio al Signore”, Dio punirà “tutti quelli che sono vestiti con abbigliamento straniero”. Analogamente, lo stesso Talmud esorta gli ebrei a non vestirsi come i persiani, vale a dire i padroni dell’impero in cui vivevano. Le minoranze ebraiche in terra islamica quindi, diversamente da quelle dei paesi cristiani, non erano che una fra le molte minoranze presenti in una società diversificata e pluralista in cui ebrei e musulmani avevano continui e stretti contatti che si traducevano in una comunanza sociale e intellettuale, collaborazione, mescolanza e perfino amicizia personale. D’altronde, come dice Lewis in merito alla somiglianza fra un capitolo di una delle opere teologiche del grande teologo musulmano Al Ghazali (1059-1111) e l’opera di un filosofo ebreo di nome Bahya, poi rivelatesi entrambi ispirati ad una precedente opera cristiana: “una società in cui è possibile il plagio fra teologi di tre religioni diverse ha senza dubbio raggiunto un alto livello di tolleranza e simbiosi”.
20/10/2004
Le nuove frontiere dell'antisemitismo "2"

Quando si insiste sulle cosiddette “radici giudeo-cristiane” dell’Europa, dell’Occidente e della civiltà occidentale più in generale, lo si fa in realtà con l’intento di dare l’impressione che Ebraismo e Cristianesimo siano sempre convissuti felicemente l’uno accanto all’altro, integrandosi e ispirandosi a vicenda, dando cosi alla luce una civiltà occidentale da sempre aperta e tollerante e chiaramente contrapposta alla civiltà islamica che - manco a dirlo - è intollerante nonché “da sempre antisemita”. Ma non c’è nulla di più falso: l’antisemitismo è una manifestazione tipicamente occidentale che ha una storia che attraversa le vicende dell’ Occidente negli ultimi 2000 anni e più, a partire dal momento in cui la polemica tra cristianesimo ed ebraismo sul tema del Messia salvatore è fuoriuscita dai binari teologici per sconfinare nella diffamazione (accuse di omicidi rituali in cui gli ebrei avrebbero mescolato il sangue di bambini cristiani con il pane azzimo, avvelenamento di pozzi, causa di peste ecc ecc) e nella persecuzione fisica, quest’ultima inaugurata con la trasformazione del cristianesimo in religione di stato. Gli episodi più emblematici della persecuzione antisemita si consumarono spesso e volentieri su diretta istigazione delle autorità ecclesiastiche (basterebbe pensare al Vescovo di Callinio che ha bruciato, guidando i fedeli, una sinagoga oppure al Vescovo di Milano che si rammaricò di non aver fatto altrettanto con quella della propria città). A partire dal secolo XVI, e in particolar modo dopo l’emanazione della bolla Cum nimis absurdum voluta da Papa Paolo IV, gli ebrei furono costretti a risiedere in ghetti, in zone spesso degradate delle città, separati dal resto delle popolazioni. Già in precedenza, il IV Concilio Laterano (1215) aveva preso un provvedimento per distinguere gli ebrei dalla popolazione cristiana, imponendo di applicare ben visibile sopra gli indumenti un segno (un cerchio di stoffa colorata, un cappello o altro a seconda dei luoghi) che rappresentava una prima forma di differenziazione fisica che non aveva nessuna ragione di esserci. A questo quadro di limitazioni, si aggiunse progressivamente una serie di restrizioni giuridiche che impedirono agli ebrei forme di attività che non fossero il commercio e il prestito di denaro. Pogrom, roghi, conversioni forzate, espulsioni e confisca dei beni erano all’ordine del giorno: gli episodi più significativi si verificarono in Inghilterra (1290), Francia (1306), Spagna (1492) e Portogallo (1497) con la benedizione dei cristianissimi principi occidentali e sommo piacere delle popolazioni locali. I secoli XVII e XVIII sono noti nella storia ebraica come “i secoli dei ghetti”. Nell’ottocento poi, l’antisemitismo religioso venne revisionato in chiave politica: nel 1881 sommosse popolari antiebraiche in Russia, nel 1894 il caso Dreyfus in Francia, nel 1905 i falsi “protocolli degli anziani Savi di Sion” fino ad arrivare al Mein Kampf di Hitler, ad Auschwitz e allo sterminio a cui parteciparono attivamente e volontariamente tutte le popolazioni europee coinvolte. Ancora oggi, succede che alla moglie ebrea di un marito cristiano venga chiesto di firmare, in Curia, un documento in cui si impegna a non cercare di convertire i suoi figli all’ebraismo, Questa è, molto in breve, la storia degli ebrei in Occidente, per cui non raccontiamoci fandonie sulle origini “giudaico-cristiane” della civiltà occidentale.
La storia, infatti, dimostra ben altro. Bernard Lewis, professore emerito presso la Princeton University, nonché autorevole studioso ebreo della storia dell’Islam la illustra molto bene quando dice: “Per gran parte del Medioevo gli ebrei dell’Islam costituirono la parte più consistente e più attiva del popolo ebraico. Gli ebrei che vivevano nei paesi cristiani, cioè in Europa, erano una minoranza relativamente poco importante. Con poche eccezioni, tutto quanto di creativo e di significativo vi era nella vita ebraica accadeva nei paesi islamici. Le comunità ebraiche dell’Europa costituivano una sorta di appendice culturale degli ebrei che vivevano nel mondo islamico, di gran lunga più progredito e sofisticato, che si estendeva dalla Spagna musulmana a occidente fino all’Irak, all’Iran e all’Asia centrale a oriente”. Sarebbe quindi giusto e legittimo parlare di una tradizione giudeo-islamica con contributi ebraici alla civiltà islamica e contributi islamici a quella ebraica. Gadi Luzzatto Voghera nel suo saggio sull’antisemitismo invece afferma “Storicamente infatti nei paesi dominati dall’Islam la convivenza fra ebrei, cristiani e musulmani era stata generalmente ispirata a reciproco rispetto. È noto il debito di riconoscenza che sul piano culturale il mondo ebraico nutre nei confronti dell’Islam per il grado di tolleranza mantenuto nel medioevo” tant’è vero che i grandi pensatori e filosofi ebrei, come Mosè Maimonide, scrivevano le loro opere direttamente in arabo. Elena Lowenthal, giornalista della Stampa, citando il libro di Giuliano Tamani “La letteratura ebraica medioevale, secoli X-XVIII), scrive “Fu infatti nella seconda metà di questo secolo (X) che cominciarono in Andalusia la rinascita della lingua ebraica e un modo di intendere la letteratura completamente diverso dal passato”. La religione ebraica e quella islamica hanno infatti molti tratti in comune: La legge islamica stabilisce per esempio che il digiuno ha inizio all’alba quando “è possibile distinguere un filo bianco da un filo nero”. Una definizione che assomiglia molto alla massima del Talmud che definisce l’alba, per scopi rituali, come il tempo in cui “si può distinguere tra il blu e il bianco”, o, secondo un’altra opinione, fra il blu e il verde. La legge islamica prevede divieti alimentari e norme di macellazione comuni all’ebraismo ma estranee al Cristianesimo. Né l’ebraismo né l’Islam hanno sacramenti, ordinazione o mediazione sacerdotale. La posizione degli ulema nella vita islamica e quella del rabbinato nelle comunità ebraiche ortodosse si assomigliano moltissimo. Né l’ulema, né il rabbino è un sacerdote ordinato, e nessuno dei due ha una funzione sacerdotale. Non vi è ufficio religioso che un ulema o un rabbino possano compiere che non possa essere svolto da un qualsiasi credente maschio adulto, in possesso della necessaria cultura. Entrambi acquisiscono il loro status attraverso lo studio e il riconoscimento che diventa una forma di certificazione – dove la semikha del rabbino assomiglia molto da vicino alla ijaza che un nuovo ulema riceve dal suo maestro. A differenza del Cristianesimo, la somiglianza può essere riscontrata anche nelle leggi stesse, nella loro concezione, nel loro scopo, nel ventaglio di argomenti che prendono in considerazione e il ruolo ad esse accordato nella vita personale, pubblica e privata, quotidiana. Ambedue concordano sostanzialmente sull’origine divina e sulla natura duale della Legge, scritta e orale, nella rivelazione e nella tradizione. Il concetto ebraico di Halakha e quello islamico di Sharia (ambedue i termini significano sentiero o via) sono certamente in stretta relazione tra loro. Perfino la pratica dei responsi giuridici, le teshuvot rabbiniche e le fatwa islamiche mostrano un chiaro parallelo. E cosi come il fiqh islamico (la giurisprudenza musulmana) deve molto ai precedenti rabbinici, nella letteratura della filosofia e della teologia, l’influenza procedette dall’Islam all’ebraismo. Bernard Lewis afferma “L’emergere della teologia ebraica si manifestò quasi interamente in terra islamica. Essa fu opera di teologi che utilizzarono sia i concetti che il vocabolario del kalam (parola) musulmana”. Molti temi biblici e rabbinici – come la storia di Elia, la storia di Korah, la maledizione di Cam – hanno significative varianti islamiche. In epoca medievale perfino la discussione ebraica di alcuni di questi temi fu influenzata dalle versioni islamiche che erano divenute note agli ebrei. Le influenze musulmane sull’ebraismo, afferma Lewis, interessarono anche il rituale e il culto della sinagoga. Nella letteratura e nelle arti, l’influenza musulmana sull’ebraismo fu enorme. C’è stata perfino, oltre alla naturale somiglianza della lingua araba e di quella ebraica, un’influenza araba sulla filologia ebraica. Inutile dire che tutto questo era frutto di un tipo di simbiosi fra gli ebrei e i loro vicini che non ha paralleli nel mondo occidentale fra l’epoca ellenistica e quella moderna, come dice – ancora una volta - Lewis. Va aggiunto, in conclusione,che per i musulmani, l’ebraismo non fa parte delle doglie del parto della loro religione, come accade per i cristiani. Non esiste quindi quella dimensione teologica di scontro, che conferisce all’antisemitismo cristiano il suo singolare e particolare carattere.
Con questo non voglio negare che ci siano stati, prima del sorgere della questione palestinese, episodi di ostilità tra ebrei e musulmani, più per ragioni politiche che per ragioni teologiche, come sopra chiarito. Ma questo è un argomento che affronterò meglio domani.