22/10/2004
Le nuove frontiere dell'antisemitismo "4"

I pilastri del progetto di strumentalizzazione occidentale della questione arabo-palestinese, ben si delineano in alcune lettere di Lord Balfour (lo stesso che ha promesso agli ebrei, nel 1917, un “focolare nazionale nella Palestina occupata dagli inglesi) tipo quella datata 31 ottobre 1917: “La grande maggioranza degli ebrei in Russia e in America sembra favorevole al Sionismo…Se potessimo emettere un comunicato di appoggio a quell’ideale, avremo l’occasione organizzare una campagna propagandistica”oppure quella datata 17 novembre 1919: “Il sionismo, giusto o sbagliato che sia, buono o cattivo, affonda le radici in tradizioni millenarie, in necessità attuali, e in future speranze la cui importanza è ben più profonda dei desideri e dei pregiudizi dei 700.000 arabi che vivono in quell’antico paese”. Una politica che è ben riuscita nel suo intento: da cinquant’anni a questa parte, sia gli arabi che gli ebrei non fanno altro che sprecare risorse nella lotta che li contrappone. Una lotta che, all’inizio, non ha mai avuto i contorni della guerra dei religione o della persecuzione antisemita bensì quelli della lotta fra occupanti e occupati: nella storia del mondo arabo non c’è nulla di simile ad Auschiwtz nonostante ci fossero migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi in guerra contro Israele. Anzi, fu loro permesso di raggiungere il nascente stato ebraico, rinforzando di conseguenza le fila dell’esercito israeliano stesso. Il leader dell’Olp, Arafat, non ha mai avuto pregiudizi antisemiti. Un suo amico d’infanzia al Cairo era un ebreo e nel 1955 emigrò in Israele. In un’intervista ad uno dei più importanti quotidiani israeliani, Yediot Aharonot, il 3 gennaio 2004 disse: “Yasser veniva da noi, a volte si fermava a pranzo o cena. Eravamo molto amici. Giocavamo spesso a pallone, con una palla fatta di vecchie calze. Per il Ramadan davamo fuoco al pallone e ci giocavamo. Non c’erano differenze tra ebrei ed arabi: stavamo tutti assieme, ma in caso di litigi mi difendeva sempre dagli altri bambini arabi”. L’Olp stesso era un’organizzazione laica e il suo vertice politico fu il primo a mostrarsi preoccupato che la battaglia di rivendicazione palestinese potesse essere danneggiata dalla presenza di tendenze antisemite nel movimento. In un libro sul Talmud pubblicato dall’Olp nel 1970, l’autore As’ad Razzuq ha lamentato che gli scrittori arabi si fossero affidati in genere a fonti cosi screditate come i Protocolli o il Talmudjude di Rohling, fonti che “oggi sono rifiutate e disprezzate da tutte le persone civili” innestando forzatamente in un mondo non europeo tutto il bagaglio europeo di stereotipi antisemiti. Peccato che Israele abbia deciso di chiudere un occhio, inizialmente, su una formazione religiosa fondamentalista, Hamas, da contrapporre ad Arafat. Organizzazione che, a lungo andare, trasformò la lotta palestinese in una guerra di religione dove ogni ebreo è considerato un soldato. Lo stesso Hajj Amin Al Husseini, mufti di Gerusalemme “inchiodato” dal suo sostegno al Fuhrer del Terzo Reich, chiarì la sua posizione prima della morte, avvenuta nel 1974: più che antisemitismo, la seconda guerra mondiale imponeva una scelta di campo. Gli inglesi erano padroni della Palestina e avevano aiutato gli ebrei a installarvisi per fondare uno stato. In quanto ai tedeschi, non avevano imposto alcun giogo coloniale al mondo arabo, e inoltre erano nemici di inglesi ed ebrei “Il nemico del tuo nemico è tuo amico” aveva concluso. Alla stessa conclusione è arrivato anche Stefano Fabei, autore di “Il Fascio, la Svastica e la Mezzaluna” in un’intervista a Radio Radicale: “Non si può valutare la decisione dei nazionalisti arabi alla luce dell’esperienza moderna e di ciò che conosciamo oggi. Per loro, il fine giustificava i mezzi e comunque il Gran Mufti era all’oscuro della Soluzione finale”. Per quanto appaia incredibile, questa tendenza di rivolgersi a chi veniva percepito come il vincitore indiscusso del conflitto, si verifica anche all’interno della comunità ebraica della Palestina, quando è ancora in corso la “soluzione finale”. Un gruppo ebreo di estrema destra, l’organizzazione terroristica Stern, propone ai nazisti un’alleanza: in cambio della partecipazione degli ebrei allo sforzo bellico antibritannico, i nazisti li aiuteranno a creare il loro stato sul suolo palestinese dopo la vittoria del Terzo Reich. Questa, proposta figura nel messaggio inviato dall’organizzazione all’ambasciatore nazista ad Ankara Franz Von Papen nel gennaio del 1941: “C’è una comunanza di interessi tra il nuovo ordine in Europa, voluto dai tedeschi, e le profonde aspirazioni del popolo ebraico. La creazione dello Stato storico degli ebrei su base nazionale e totalitaria alleato con il Reich tedesco, coincide con il bisogno tedesco di rinforzare e salvaguardare le sue future posizioni in Medio Oriente”. Nel novembre del 1947, alle Nazioni Unite il blocco occidentale e la Russia votarono favorevolmente la decisione di creare uno stato israeliano interpretando la sua nascita come risarcimento per un popolo che aveva rischiato l’annientamento. Non mancò però, in questa decisione, e più in generale nell’aperta presa di distanza di ogni forma di antisemitismo da parte di diversi paesi occidentali e del blocco comunista, una profonda serie di contraddizioni quando si pensi che gli stessi governi solo in parte potevano dirsi completamente innocenti in rapporto al massacro compiuto dai nazisti. Churchill stesso mostrava un particolare pregiudizio nei confronti degli ebrei, al pari di Henry Ford (1863-1947), il famoso capitalista statunitense che scrisse il libro “l’ebreo internazionale” in cui ribadiva le tesi dell’antisemitismo moderno. Lo sbaglio di Israele sta nell’aver privilegiato, nelle sue alleanze, il blocco occidentale ovvero chi era colpevole di aver inflitto al popolo ebraico le peggiori sofferenze. Gli arabi sono stati accantonati, perseguitati, deportati, privati della speranza in nome di un iniziale sionismo revisionista, affermatosi con i primi disordini antiebraici negli anni trenta in Palestina (che erano di natura economica, non religiosa) che si è appropriato delle tendenze ideologiche nazionaliste proprie della tradizione della destra europea, proponendo il disegno espansionistico della “Grande Israele” (originariamente pensata come l’estensione spropositata che va dal Nilo all’Eufrate) e la guerra e la deportazione come strumenti efficaci per ritagliare un territorio dalle dimensioni adeguate per il nuovo paese. Questo sionismo, pur avendo rinunciato al disegno del Grande Israele, è tornato in voga con il governo Sharon: indisponibilità al dialogo, demonizzazione degli interlocutori, proposte unilaterali e inconcludenti. Il futuro di Israele non è nel diventare membro dell'Unione Europea, lontana migliaia di chilometri - come chiede a gran voce qualche responsabile politico - ma nell’aprirsi ai suoi naturali e più vicini interlocutori: gli arabi.
21/10/2004
Le nuove frontiere dell'antisemitismo "3"

Nota per Andrea: Visto che il commento che le avevo preparato si è "volatilizzato" causa problemi tecnici, le prometto di affrontare le tematiche da lei sollevate in un post a sè stante non appena sarà finita la serie. Promesso ! Intanto consiglio tutti i lettori di dare un'occhiata ai commenti riportati in calce alle precedenti due puntate.
Con il percorso storico presentato ieri, non voglio negare che ci siano stati - prima del sorgere della questione palestinese - episodi di ostilità tra ebrei e musulmani, più per ragioni politiche che per ragioni teologiche, come sopra chiarito. Il primo dei quali avvenuto - in base alla tradizione islamica - quando il profeta dell’Islam, Maometto, si scontrò con le tribù ebraiche dei dintorni di Medina che non erano intervenute a sostegno dei musulmani contro i politeisti meccani che assediavano la città nonostante avessero sottoscritto la costituzione medinese che affermava, negli articoli 24,25,26,27,28,29,30,31,32,33,34: “Gli ebrei ed i credenti formano un unico popolo : gli ebrei conservano la propria religione e lo stesso i credenti. Ciò vale anche per i loro clienti. Rappresentano, però un'eccezione quelli che hanno commesso il misfatto o un tradimento: costoro portano alla perdizione se stessi e la loro causa” e nell’art. 35: “Gli ebrei devono pensare alle loro spese particolari ed i credenti alle proprie. Hanno, però, l'obbligo di soccorrersi a vicenda se qualcuno muove guerra a quelli menzionati in questo foglio. Fra loro devono esistere rettitudine ed onestà; la buona fede vale più dell'inganno e nessuno deve ingannare più il proprio confederato. Si deve venire in soccorso di chi è ingiustamente trattato”. Nella successiva storia del mondo islamico, come dice Lewis, “E’ necessario fare subito una precisazione: vi sono ben poche tracce di una qualche ostilità emotivamente radicata diretta contro gli ebrei – o, in questo senso, contro ogni altro gruppo – simile all’antisemitismo del mondo cristiano. Vi erano tuttavia atteggiamenti negativi. Questi erano, in parte, i “normali” sentimenti di un gruppo dominante nei riguardi dei gruppi sottomessi, con paralleli in pressoché qualsiasi società che si voglia prendere in esame”, in un’epoca in cui era considerato funzionale al potere, nonché normale, non deviare da certi modelli sociali fortemente radicati nelle mentalità di tutte le comunità assoggettate. È vero quindi che non vi era da parte del dominatore musulmano la tendenza a concedere la parità, ma va tenuto in conto che il concetto stesso di parità non esisteva in un epoca in cui le idee di uguaglianza fra l’umanità erano considerate assurde e insensate un po’ da tutti. Un’ eventuale azione politica votata alla parità, in quell’ epoca, sarebbe stata interpretata come un segno di debolezza da parte dei governanti, con conseguenze strategiche e militari incalcolabili. Ciò nondimeno, vi era un atteggiamento favorevole al vivere e lasciare vivere, e anche un certo rispetto nei confronti di coloro che detenevano e tramandavano antiche culture e rivelazioni. Non va dimenticato in effetti che gli ebrei, al pari dei cristiani, erano considerati – dai musulmani - “popoli del libro” a cui andava garantita la libertà di culto e una sostanziale autonomia nella gestione degli affari e persino della giustizia (con i tribunali rabbinici pienamente funzionanti) all’interno della propria comunità il che non vietava però agli ebrei di rivolgersi al giudice musulmano per risolvere eventuali controversie interne. Gli ebrei dell’Islam non erano soggetti, come in Europa, a restrizioni nel campo delle professioni: essi potevano perfino raggiungere posizioni di rilievo in molti campi, dalla medicina alla diplomazia e gli esempi non mancano. Salvo rarissime eccezioni, non erano soggetti a restrizioni abitative: il fenomeno della “Hara-t-al-Yahud” (Quartiere degli ebrei) era dovuto ai meccanismi sociali che fanno si che determinati gruppi etnici o religiosi si aggreghino entro determinati confini. Nelle città arabe, e nella stessa Gerusalemme, esistono quartieri noti come dei cristiani, armeni o musulmani, con buona pace della signora Deborah Fait, la quale - sfoggiando un’ pessima conoscenza linguistica - ha confuso il termine arabo quartiere (Hara) con merda (khara) in una sua affermazione pubblicata su un portale propagandistico: “anche in Tunisia vengono creati i ghetti, qui si chiamano Hara" aggiungendo "Chi conosce l'arabo sa che significa merda" dando quindi l’impressione che gli ebrei vivessero in quartieri chiamati dagli arabi “merda”. Le restrizioni in termini di abbigliamento o di copricapo indossati dai vari sottogruppi all’interno della società islamica, spesso menzionati come prova della discriminazione a danno degli ebrei in terra musulmana, servivano come elemento di riconoscimento tanto interno quanto esterno e, in molte situazioni, non comunicavano intenzioni ostili, aggiunge Lewis: “Da tempi molto antichi fino ai giorni nostri infatti, in certe regioni vari gruppi settari, regionali, etnici e tribali hanno conservato e perfino tenuta in grande considerazione il taglio, il colore e lo stile dei loro abiti e copricapo, che li contrassegnava come diversi da altri popoli e perciò, presumibilmente, superiori ad essi. Un abbigliamento particolare serviva anche all’utile scopo di facilitare il reciproco riconoscimento e la richiesta di solidarietà e sostegno, soprattutto da parte dei dominatori musulmani che all’inizio si trovarono in condizioni di minoranza rispetto alle popolazioni assoggettate”. Problema che invece non si presentava in Occidente, dove gli ebrei erano l’unica esigua minoranza del territorio. Già nel settimo secolo a.C. il profeta Sofonia (I,8) afferma che “nel giorno del sacrificio al Signore”, Dio punirà “tutti quelli che sono vestiti con abbigliamento straniero”. Analogamente, lo stesso Talmud esorta gli ebrei a non vestirsi come i persiani, vale a dire i padroni dell’impero in cui vivevano. Le minoranze ebraiche in terra islamica quindi, diversamente da quelle dei paesi cristiani, non erano che una fra le molte minoranze presenti in una società diversificata e pluralista in cui ebrei e musulmani avevano continui e stretti contatti che si traducevano in una comunanza sociale e intellettuale, collaborazione, mescolanza e perfino amicizia personale. D’altronde, come dice Lewis in merito alla somiglianza fra un capitolo di una delle opere teologiche del grande teologo musulmano Al Ghazali (1059-1111) e l’opera di un filosofo ebreo di nome Bahya, poi rivelatesi entrambi ispirati ad una precedente opera cristiana: “una società in cui è possibile il plagio fra teologi di tre religioni diverse ha senza dubbio raggiunto un alto livello di tolleranza e simbiosi”.