
Sulla seconda pagina nazionale della Stampa del 10/09/2004, sezione Esteri, un articolo-analisi intitolato "Non abbiamo un Ghandi" e firmato da Francesca Paci illustra l'opinione pubblica e i commenti relativi al dibattito "Terrorismo e Islam" scatenatosi in seguito alla pubblicazione - dopo gli attacchi di Ossezia - dell' editoriale di Abdul-Rahman Al-Rashed sul quotidiano Al-Sharq Al-Awsat, in cui affermava "Non tutti i musulmani sono terroristi ma purtroppo, al giorno d'oggi, dobbiamo ammettere che tutti i terroristi sono musulmani". La Paci quindi, con un'ampia recensione dei media arabi, illustra il dibattito venuto alla ribalta anche in Italia grazie all'ampiamente mediatizzato e discusso "Manifesto dell'Islam moderato". L'articolo contiene ampi stralci degli editoriali del direttore del quotidiano "Al-Hayat" Hazem Saghieh, del fondatore del Palestinian Center for Nonviolence Mubarak Awad, dell'intellettuale egiziano Tarek Heggy, del columnist di "Dar-Al-Hayat" Ghassan Sharbel, dell'opinionista del Al-Sharq Al-Awsat Abdul-Rahman Al-Rashed, del giornalista palestinese Hassan Al-Batal e un'intervista al sottoscritto che riporto di seguito. Tengo a precisare però che non sono il fondatore del sito Aljazira.it come affermato nell'articolo, ma una delle tante firme che contribuiscono al suo arricchimento.
"Il problema è l'analfabetismo diffuso nei nostri paesi" spiega Sherif El Sebaie, giornalista egiziano e fondatore del sito internet www.aljazira.it, che ogni giorno pubblica la rassegna stampa dei principali media giordani, sauditi, magrebini. "La gente è pronta ad ascoltare la verità ma pochissimi leggono ancora i giornali. Tutti si sintonizzano sulle Tv satellitari Al-Jazeera e Al-Arabiya, che raccontano fedelmente la cronaca ma tendono a giustificare i terroristi perché spinti all'estremismo dalla povertà e dall'aggressione coloniale dell'Occidente". Secondo l'ultimo rapporto delle Nazioni Unite sotto sviluppo i libri pubblicati in tutto il mondo arabo rappresentano l'1.1 % della produzione mondiale (il 17 % sono di argomento religioso) e un best seller non supera le 5 mila copie. I giornali, continua El Sebaie, sono un lusso da intellettuali: "Gli editorialisti si affannano a denunciare il fondamentalismo, di cui loro stessi sono vittime. "Al Ahram", "Al-Watan", il Kuwaitiano "Al-Siyassa" ospitano articoli su articoli per dire che il Profeta Maometto difende gli esseri animati e inanimati, vieta addirittura di tagliare gli alberi. Poi però il filmato di un blindato israeliano che spiana le case dei palestinesi manda in fumo qualsiasi invito alla moderazione". Le immagini pesano più delle parole nell'era dell'informazione globale"
Con questa dichiarazione, ho voluto sottolineare come certi fenomeni - quali il fondamentalismo, l'estremismo e la violenza - trovino spazio e linfa vitale nella violenza e nelle ingiustizie commesse da altri. Immagini come quelle che giungono dalla Palestina, dall'Irak e da altri posti del mondo, suscitano rabbia e indignazione non solo nelle masse, ma anche negli intelletuali. I media arabi in realtà sono l'espressione di un allargato umore popolare stufo dell'inazione politica su questi scenari e sconvolto dal vedere la guerra all'Irak al posto di un deciso impegno politico nella soluzione della questione mediorientale. Il mondo arabo chiede solo di essere lasciato in pace per autodeterminarsi in base a paradigmi cuturali propri e a interazioni con le culture circostanti: solo allora il fondamentalismo islamico si fermerà. Cosi come stanno le cose attualmente coloro che vengono definiti come "terroristi" in Occidente, nel mondo arabo sono percepiti come "legittimi difensori" delle cause dei deboli e degli oppressi per cui nessuno ha speso una parola o una buona azione sul piano politico.
Ho voluto sottolineare inoltre come la crisi del mondo arabo andasse al di là dell'estremismo, collegabile alla politica più che alla religione: il problema rinfatti risiede nella miseria che tocca larghe fasce delle popolazioni locali, nella disoccupazione, nella corruzione dilagante. Se l'Occidente avesse dato una mano per risolvere questi problemi, con investimenti e collaborazioni, al posto di sprecare i soldi in bombe ed accogliere - decine di anni fa - predicatori come Abu Hamza Al Masri con tanto di asilo politico e cittadinanza, nel momento in cui queste stesse persone erano condannate per reati di terrorismo nei loro paesi d'origine, non saremmo arrivati a tutto questo.
Questo succedeva mentre i governi e i media arabi non esitavano a contrastare, con tutte le loro forze, il fenomeno dell' estremismo politico ammantato di religione, di cui il mondo arabo è stato la prima vittima (V. massacri in Algeria, bombe nelle piazze delle capitali arabe, attacchi contro il turismo). I governi arabi che hanno sofferto l'estremismo - tranne l'Arabia Saudita che l'ha esportato in tutto il mondo prima di finirne vittima anch'essa - possono dichiarare di tenere sotto controllo il fenomeno da anni: il turismo è tornato in Egitto e lo si tocca con mano guardando il Museo Egizio del Cairo, la calma è tornata in Algeria (afferma l'intellettuale marrochino Boudjedra da me intervistato) nell'istante stesso in cui l'occidente, al posto di replicare con intelligenza al seme del male che ha lungamente covato al suo interno, replica con azioni sconsiderate ed inefficienti che non fanno altro che buttare benzina sul fuoco.