23/10/2004

Delucidazioni su Israele

Arafat stringe la mano del rabbino Hirsch, fervente oppositore del Sionismo.

Con la serie "Le nuove frontiere dell'antisemitismo" conclusasi ieri e le due risposte che seguiranno (la prima delle quali, oggi, dedicata a Mauro), esaurirò le mie opinioni sui temi "Israele-Palestina", "Islam e antisemitismo", "Nazismo e Olocausto". Mi scuserete (spero) se dopo la risposta ad Andrea, riterrò questo argomento chiuso. Non voglio che il blog si trasformi in un eterno dibattito sulla questione palestinese e/o sull'Olocausto. Parlando di queste cose infatti, si tende ad andare avanti all'infinito e normalmente nessuno degli interlocutori è disposto a cambiare opinione. Mi ha fatto molto piacere comunque sentire i vostri pareri e nulla vieta che la discussione prosegui tra i lettori nell'ambito dei commenti.

Gentile Sherif, voglio proporre una serie di riflessioni:

1) Lei scrive a proposito dello scontro tra ebrei emigrati in Palestina e arabi "Una lotta che, all’inizio, non ha mai avuto i contorni della guerra di religione o della persecuzione antisemita bensì quelli della lotta fra occupanti e occupati". Se oggi noi definissimo le aggressioni di Borghezio e delle guardie padane agli immigrati sui treni "uno scontro tra occupati e occupanti", in Italia ci sarebbe un comune - e giusto - grido di riprovazione. I primi ebrei in Palestina, come lei dice, furono avversati per motivi economici - in qualche post di un paio di giorni fa proprio lei parla di razzismo concorrenziale, e questo è il caso tipico. Infatti gli ebrei perseguitati in Russia e in Europa orientale trovarono in Palestina uno dei posti dove andare. Se i primi insediamenti, le moshavot - capitalistici - permisero una comune convivenza, furono poi i kibbutzin - la cui organizzazione era invece socialista - a provocare la rabbia degli arabi, che si iniziarono a trovare disoccupati. Purtroppo, però, le violenze che ci furono portarono a molti morti, e sostanzialmente appannavano quell'idea che gli ebrei avevano iniziato a coltivare di non essere più soggetti a pogrom e persecuzioni.

Risposta: le sue affermazioni sono corrette. Gli scontri tra ebrei ed arabi cominciarono quando i primi immigrati ebrei scacciarono i lavoratori arabi a favore dei loro nuovi, e sempre più numerosi, correligionari in arrivo. Si trattò quindi, come affermo nel testo, di una lotta di natura "politica", se vuole "economica" legata a motivi "concorrenziali", ma comunque non di antisemitismo teologico o puramente razziale. Ed è proprio questo il senso dell'intera serie di articoli: non c'è quindi nessuna incogruenza ideologica nelle affermazioni. Perché, allora, porre il concetto sul piano "Occupanti e occupati" (presumo fosse quello il punto sul quale voleva soffermarsi) ? Perché va tenuto in considerazione che quando il feudatario ebreo prendeva la decisione sopra citata, di fatti svuotava intere regioni. I primi proprietari terrieri ebrei (che avevano comprato la terra dagli originari proprietari feudali arabi) , disponevano infatti di territori immensi sui cui sorgevano interi villaggi, secondo le usanze ottomane che riponevano nelle mani di un singolo proprietario (prima arabo, poi ebreo) enormi estensioni territoriali. Non si può svuotare un intera regione dai propri abitanti, anche se si tratta di una "proprietà privata", senza scatenare un meccanismo di lotta all' "occupazione" specie se viene dichiararo, in seguito, anche lo "stato". Comprare la terra non dà nessun diritto politico. La situazione della Palestina di quei tempi non è affatto paragonabile ad un'ipotetica situazione dell' Italia: gli immigrati (che non sono solo arabi) sono un'esigua minoranza. Non mi risulta che girino armati nè che siano proprietari di intere regioni e tanto meno che stiano rivendicando uno stato sul territorio italiano in nome di qualche versetto del Corano o in nome di una vecchia residenza araba risalente al Medioevo. Per capire meglio la situazione, basterebbe un'esempio applicato nelle medesime "condizioni storiche", un esempio assurdo quindi, che non potrà mai verificarsi (lo dico, altrimenti qualche leghista muore di attacco cardiaco): se un giorno gli immigrati musulmani aumentassero di numero e comprassero un'estensione territoriale pari - diciamo - ad un'intera regione italiana, e poi cominciassero ad espellere gli abitanti italiani a favore dei loro correligionari prima di rivendicare uno stato islamico, lei approverebbe?

2) Lei scrive subito dopo: "nella storia del mondo arabo non c’è nulla di simile ad Auschiwtz nonostante ci fossero migliaia di ebrei residenti nei paesi arabi in guerra contro Israele. Anzi, fu loro permesso di raggiungere il nascente stato ebraico, rinforzando di conseguenza le fila dell’esercito israeliano stesso". Ora: questa è sicuramente un’interpretazione storica, e come sappiamo le interpretazioni storiche sono molto importanti, ma se io dicessi che nel ’48 e nel ‘67 ai palestinesi fu permesso da parte dell’esercito di Israele di ricongiungersi con i loro amici arabi all’esterno dello Stato di Israele, credo che lei non sarebbe concorde. Infatti: agli ebrei non fu permesso di andare raggiungere il nuovo Stato. Essi furono espulsi e i loro beni requisiti senza indennizzo (oggi si attende ancora). Che poi i regnanti dei paesi arabi non siano stati lungimiranti da attendere la fine del conflitto, e anzi crearono un ulteriore motivazione a combattere agli ebrei in Palestina… questo è un altro problema.

Risposta: In quel punto volevo sottolineare un dato di fatto, sempre funzionale alla tesi dell'articolo (che non si deve perdere di vista). La tesi era, in pratica una risposta negativa alla domanda: i musulmani, storicamente, erano davvero "antisemiti"?. Se lo fossero per davvero e quindi in una maniera intrinseca, avrebbero colto "al balzo" l'occasione della guerra del 1948 per sterminare gli ebrei residenti nei loro paesi (Anzi, se lo fossero, quelle stesse minoranze ebraiche nel 1948, dopo centinaia di anni di dominio islamico, non sarebbero nemmeno esistite). Visto che c'era anche il precedente dei campi, avrebbero potuto benissimo rinchiudervi gli ebrei dopo averli espropriati. Invece li hanno lasciati andare dove volevano, e molti hanno scelto Israele: questa era una scelta volontaria loro che bisogna tenere in conto. Se ci pensa, nessun altro paese in guerra l'avrebbe fatto: gli inglesi durante la seconda guerra mondiale rinchiusero gli italiani d'Egitto per quattro anni nei campi di concentramento. Gli americani hanno espropriato i nippo-americani e li hanno richiusi nei campi di concentramento. Ma nessuno dei due paesi ha permesso a quei cittadini (perché lo erano a tutti gli effetti) di andare da nessuna parte, tanto meno di ritornare nelle proprie patrie di origine, per paura che si mettessero al servizio dell'esercito e/o dei servizi di intelligence degli stati con cui erano in guerra. Nessuno di quei paesi può essere qualificato di "anti-cattolico" o "anti-buddista" oggi proprio perché non c'era una dimensione teologica nel conflitto. Lo stesso vale anche per il conflitto arabo-israeliano, almeno nei primi tempi, e a riprova di ciò viene ricordata l'inconsueta scelta dei paesi arabi di espellere, ma non di sterminare o di rinchiudere, gli ebrei residenti nei propri confini. Come volevasi dimostrare, espulsioni o meno, gli arabi non sono "antisemiti" per puro gusto di persecuzione teologica o storica. Tale episodio non va comunque paragonato alla situazione dei palestinesi che venivano bombardati con bombe e volantini che riproducevano foto di massacri compiuti dai sionisti in altri villaggi con la scritta "Questa sorte toccherà a voi se non ve ne andate". E' ormai dimostrato che i sionisti lasciavano di proposito, durante gli attacchi ai villaggi palestinesi, un solo corridoio libero per invogliare la popolazione alla fuga, sollecitata anche da parte degli stessi paesi arabi. La popolazione comunque, non aveva scelta, e fra il massacro e la fuga sceglieva la fuga. Ripeto, comunque, il concetto di sopra: i paragoni devono essere fatti con le medesime "condizioni storiche".

3) Le scelte del Muftì di Gerusalemme durante la seconda guerra mondiale: che il nemico del mio nemico sia mio amico va sicuramente bene, ma le SS islamiche in Jugoslavia non avevano nulla a che vedere con gli ebrei in Palestina. In secondo luogo, gli inglesi non erano i nemici dei palestinesi: il loro atteggiamento fu più che ambiguo. Nel ’36 chiusero le frontiere all’immigrazione, e nel ’39 rimandarono indietro ad Amburgo una nave piena di ebrei che erano riusciti a scappare allo sterminio (!!!!): sì gli inglesi rispedirono gli ebrei nei forni crematori!!! Il comportamento dei soldati, infatti, era sicuramente più compiacente verso gli arabi che non verso gli ebrei in Palestina. Lei cita la formazione Stern: come mai questa iniziò a fare attentati contro gli inglesi se gli inglesi erano loro amici?

Risposta: Le SS erano un corpo dell'esercito tedesco a cui venivano affidate svariate mansioni. Non erano un corpo addetto alla sola persecuzione degli ebrei. Il fatto che il mufti avesse giocato un ruolo di primo piano nell' arruolamento delle SS islamiche non significa che lo facesse con lo scopo di sterminare gli ebrei. Mi rifaccio all'affermazione si Stefano Fabei: Il mufti non sapeva nulla della soluzione finale. Ciò che ha fatto l'ha fatto per appoggiare lo sforzo bellico nazista. Esattamente come gli ebrei di Stern si proponevano di formare brigate ebraiche per aiutare il Terzo Reich nella costruzione di un nuovo ordine mondiale. Eppure loro, in quanto ebrei in contatto con i loro correligionari, sapevano senz'altro - nel 1941 - che questi ultimi erano perseguitati. Per quanto riguarda l'Inghilterra invece, proprio il suo atteggiamento ambiguo ne fa un nemico degli arabi. Gli inglesi dovevano ritirarsi e permettere al popolo palestinese di scegliere la propria strada, come hanno fatto nelle altre colonie, seppur formalmente. Invece favorirono l'immigrazione ebraica, salvo poi bloccarla in alcune occasioni in modo da tenere entrambi i piedi in una sola scarpa (quella ebraica e quella araba) prima di scaricare definitivamente la "patata bollente". Ed è allora che il gruppo Stern interveniva, essendo ben consapevole della volontà strumentalizzatrice di Sua Maestà che puntava a rinvigorire gli scontri arabo-israeliani più che a calmarli. Non dimentichiamo poi che quando si parla di Stern, si parla di un'organizzazione estremista, quindi qualsiasi tentativo - seppur formale - di bloccare l'immigrazione ebraica veniva inteso come un affronto. Ma l'intento britannico era chiaro già dal 1917 con Lord balfour: gli inglesi avrebbero aiutato gli ebrei a stabilirsi in Palestina e di fatti, ritirandosi, lasciarono gran parte delle strutture e delle armi in mano ebraica.

4) Lei, poi, continua: “Lo sbaglio di Israele sta nell’aver privilegiato, nelle sue alleanze, il blocco occidentale ovvero chi era colpevole di aver inflitto al popolo ebraico le peggiori sofferenze”. E qui, mi scusi ma non ci siamo. Israele non ha privilegiato nessun blocco occidentale: infatti inizialmente il Movimento sionista andò in cerca di supporto dove lo trovava. Theodor Herzl andò dal papa e tentò addirittura di farsi ricevere dal sultano dell’Impero Ottomano!!! Quindi, data la situazione di contingenza - pogrom in Russia, pogrom in Polonia, in Repubblica Ceca, il caso Dreyfus in Francia e poi dal ’33 anche Hiltler in Germania – il movimento sionista andò da chi era disposto ad aiutarli. Il caso dell’Inghilterra è emblematico: se l’alta dirigenza si impegnò a favore degli ebrei, la base – i soldati sul campo, quelli in Palestina dal ’22 – non seguirono le linee direttrici del Governo. Come poi dimenticare che Golda Meir, futuro primo ministro, proprio pochi giorni prima che i paesi arabi invadessero Israele nel ’48 andò ad incontrare re Hussein di Giordania, addirittura travestendosi? Il sostegno occidentale è stata l’unica sponda disposta a prestare orecchio al lamento. Successivamente la situazione appare ancora più esplicita: il sostegno degli Stati Uniti a Israele – oggi tanto condannato – arrivò infatti solo dopo che l’URSS firmò un contratto con l’Egitto. E anzi: l’URSS riconobbe di diritto Israele, mentre gli USA lo riconobbero solo di fatto – formalità diplomatiche, per carità, ma in quanto tali avevano un significato.

Risposta: Il percorso storico che illustra sopra non fa che accreditare la tesi da me sostenuta nell'articolo: gli ebrei non erano tollerati in gran parte dell' Occidente, e questo ha fatto nascere un movimento nazionalista che cercava appoggio da qualche parte. L'ha trovato in Inghilterra (e cosi è riuscito a farsi lo stato, indipendentemente dal presunto comportamento dei soldati inglesi sul campo) ma di fatto le lettere di Lord Balfour dimostrano che il sostegno in questione venne fornito con un fine di futura strumentalizzazione politica. L'appoggio alla causa sionista, invece, non c'era presso il Sultano, che d'altronde ha esclamato "Perché dovremmo accogliere coloro che i tanti civili europei non vogliono nei propri paesi?". Ma si trattò di una reazione normale, allora. Perché il Sultano avrebbe dovuto regalare una territorio del suo impero ad una massa di immigrati indesiderati in Europa? L'effettivo appoggio occidentale arrivò, difatti, solo dopo la seconda guerra mondiale, quando gli ebrei erano ormai una realtà ben radicata e militarmente influente in Palestina. In quel momento però, Israele si è scordato dei comportamenti occidentali ambigui, si è fatto forte della richiesta di risarcimento danni e gli arabi vennero accantonati Le eccezioni furono due: la Giordania, monarchia imposta e appoggiata dai britannici che non avrebbe mai osato dire di no alla volontà di Sua maestà e L'Egitto, ma questo è successo dopo sette anni di occupazione, una guerra (del kippur) che lasciò Israele - seppur inizialmente - sconvolto e un corraggioso appello alla pace arrivato da parte araba. Non da parte israeliana.

5) In fine Lei scrive ”Gli arabi sono stati accantonati, perseguitati, deportati, privati della speranza in nome di un iniziale sionismo revisionista, affermatosi con i primi disordini antiebraici negli anni trenta in Palestina […] che si è appropriato delle tendenze ideologiche nazionaliste proprie della tradizione della destra europea”. No: gli arabi si sono accantonati, e si sono privati della speranza: in primo luogo non accettarono il piano di spartizione dalla Palestina varato dall’ONU (oggi invocata come entità quasi divina), in secondo luogo iniziarono le violenze appena due giorni dopo che il piano fu approvato, dando vita alla “guerra civile”, nella quale erano loro ad attaccare e gli ebrei a difendersi. Una volta che furono sconfitti chiamarono i loro fratelli, e il giorno stesso in cui Israele nasceva, veniva invaso dai Paesi arabi circostanti. La speranza, caro Sherif, viene invece ancora coltivata: quella – come disse il muftì di Gerusalemme da lei citato – di buttare a mare gli ebrei e quella di raggiungere le 70 vergini in Paradiso che premiano i martiri. Attendo che lei risponda a tutti i punti, uno per uno, senza furberie.

Risposta: Il discorso deve essere fatto in relazione a due periodi temporali indipendenti. Nel 1948 i palestinesi, e assieme a loro gli arabi, non avevano nessuna ragione di accettare la decisione presa dal blocco occidentale che sosteneva Israele, con qualche astenuto che buttava il sasso nascondendo la mano. E' come se gli italiani dovessero accettare la decisione di un qualche organismo internazionale (con i voti favorevoli dei paesi arabi) per spartire il territorio italiano fra gli immigrati arabi (che - poniamo - sono diventati tanti, e possiedono un pò di terra (comunque un'esigua percentuale del totale)) e i veri cittadini del paese. Per di più dando un'estensione territoriale superiore agli immigrati, ben oltre ciò che effettivamente hanno comprato. Lei accetterebbe? Non credo. In epoca moderna invece, non ci piove: per molto tempo i palestinesi non hanno capito (come ha fatto Sadat) che non si riuscirà mai a risolvere questa questione in modo radicale (cioè riprendendosi tutta la terra) o "buttando al mare gli ebrei". E non capendolo, hanno perso ottime occasioni, come quella che venne offerta loro ai tempi di Sadat, per esempio. Ma a bloccare questi tentativi oggi, non è più il desiderio di riprendersi tutta la terra o le famose vergini, bensi le questioni sensibili su cui Israele non vuole discutere: lo status di Gerusalemme, il ritorno dei profughi e lo smantellamento delle colonie. Sono sicuro che se si mettessero a discutere su queste questioni seriamente, e raggiungessero una soluzione, la questione palestinese potrebbe ritenersi risolta. Rimarrà, però, il giudizio della Storia.

di Sherif El Sebaie | 23/10/2004
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