21/01/2005

La moschea nell'Islam

 

La moschea nell'Islam: spiritualità e quotidianità.

di Sherif El Sebaie

 

“Soli visiteranno le moschee di Dio quelli che credono in Dio e nel giorno del Giudizio, e compiono la preghiera e pagano il tributo ai poveri, e non temono altri che Dio” recita il diciottesimo versetto della nona sura (capitolo) del Corano. Ma cos’è esattamente una moschea? La parola araba masjid, passata in spagnolo sotto la voce mezquita, e da lì nelle varie lingue europee come moschea deriva dalla radice s-j-d che significa prostrarsi e che, tradotta precisamente, significa “luogo di prostrazione” ovvero il luogo in cui i fedeli musulmani, cinque volte al giorno, si inchinano fino a terra per pregare Dio, un atto che era e che continua ad essere contemplato in numerosi rituali di preghiera, incluso quello cristiano ortodosso.

 

Il termine masjid, almeno nei primi anni dell’Islam, non indicava un tipo di edificio nuovo e particolare, ma semplicemente un luogo riservato alla comunità dei credenti dove essi si raccolgono in preghiera o per discutere questioni di carattere pubblico. Tali luoghi possono trovarsi anche all'interno di una casa privata (i primi credenti si riunivano a Medina nella casa di Maometto, che divenne in seguito la “moschea di Medina”) come continuò ad accadere per molti secoli e come continua ad accadere tuttora presso i cosiddetti musalla ("luoghi di preghiera"), “cappelle” dove i fedeli possono ritrovarsi per pregare e discutere. Il mondo intero sarebbe una grande moschea, secondo Maometto, dal momento che ogni luogo pulito della terra si presta al compimento di tale rituale. È bene quindi ricordare che per un musulmano ogni luogo adatto alla preghiera è un masjid, ovvero una “moschea”.

 

Fu nel primo secolo dell'espansione islamica che la moschea si sviluppò come un edificio con una propria tipologia architettonica, caratterizzata da una serie di elementi vincolanti. Questo sviluppo fu il risultato della conquista di molti paesi completamente diversi nei quali i musulmani dovettero costruire i loro luoghi di culto, nonché della fondazione di città dove abitanti dalla penisola arabica si trasferirono e si insediarono. Le fondazioni delle città e l’incontro con gli edifici di culto di altre religioni portarono a una tipologia funzionale di spazi religiosi per i musulmani. Il tipo di edificio noto come moschea divenne quindi l'espressione architettonica ed artistica più evidente della fede islamica ed è a ragione visto come un segno della presenza dell'Islam. Entro la fine del VII secolo, solo due o tre generazioni dopo la nascita dell'Islam quindi, erano già state rigidamente stabilite le funzioni principali e la tipologia della moschea della comunità (al-masjid al-jiamia). 

 

È da tenere in mente però che le moschee sono ben diverse dai santuari, nonostante il termine masjid includa entrambi i significati. I santuari infatti sono luoghi di una sacralità particolare, conferita da Dio, il cui significato religioso, importante e noto a tutti i musulmani, va oltre il luogo in sé stesso. Tre santuari possono essere considerati come panislamici. Il primo di questi è al-masjid al-haram, la moschea che circonda la Kaaba (un edificio cubico risalente all’epoca preisalmica ritenuto, per svariatissime ragioni, l’edifico più sacro dell’Islam) nella Mecca. Il secondo è al-masjid al-nabawi, la moschea sorta sulla casa di Maometto e sulla sua tomba, a Medina. Il terzo è al-haram al-sharif, la moschea sorta a Gerusalemme sulla roccia su cui Maometto, secondo la tradizione islamica, appoggiò il piede prima di compiere la sua ascesa nei sette cieli.

 

Le moschee erano essenzialmente previste per la preghiera, in particolar modo per quella comunitaria del venerdì, vincolante per tutti i musulmani. Nello stesso tempo le moschee erano anche scuole e luoghi utilizzati per notifiche di ogni tipo. Qui veniva prestato il giuramento di fedeltà al Califfo o ai suoi rappresentanti e pagate le tasse: in una parola, qui aveva luogo gran parte della vita pubblica e politica della comunità. La moschea quindi non è assimilabile ad una “chiesa musulmana” ma rappresenta una cosa di assolutamente e radicalmente diverso. Per coglierne il significato e la funzione non si può partire dalla mentalità occidentale ma si deve guardare all’Islam, alla sua natura e alla sua storia. Nella tradizione araba esiste infatti un altro termine per indicare la moschea: jiamia, vocabolo che in realtà è quello più diffuso nel mondo arabo-islamico. La parola deriva dalla radice j-m-a che significa radunare. Non a caso il venerdì, giorno in cui è prescritta la preghiera comunitaria, è chiamato in arabo yawm al-jumu’a ovvero il giorno del raduno. La moschea è quindi il luogo dove la comunità si raduna per affrontare tutto ciò che la riguarda: la preghiera, ma anche le questioni sociali, culturali e politiche.

 

La moschea doveva essere in grado di accogliere tutti i credenti di una città e quindi essere spaziosa. Le primissime moschee appartenevano al tipo di moschea con porticato o ipostila, nella quale un gran numero di supporti singoli (per lo più colonne) di piccole dimensioni erano distribuiti su uno spazio potenzialmente illimitato. Questa tipologia, che presenta molte variazioni, predomina ancora nei paesi arabi e viene ripresa qualora un committente, per esempio nel Sudest asiatico, per motivi ideologici o di altro genere voglia ricollegarsi alle origini dell'Islam. A partire dall'XI secolo si sviluppò in Iran e più tardi anche in India un'altra soluzione per strutturare lo spazio: un grande cortile interno al centro, con quattro sale (Iwan) sui lati, aperte sul cortile interno. Il cortile poteva essere usato come spazio di preghiera qualora non fosse sufficiente lo spazio interno e prevedeva la presenza di una fontana per le abluzioni che precedono la preghiera. Gli Ottomani adottarono la struttura di uno spazio centrale sovrastato da una cupola come ulteriore risposta alla richiesta di una moschea destinata a tutti i credenti.

 

La moschea non è soltanto uno spazio vasto, ma presenta anche caratteristiche simboliche e funzionali che hanno una propria storia. Sono tre le caratteristiche della moschea che hanno una valenza sia simbolica che funzionale: la prima è il mihrab, una nicchia che indica la Qibla, ovvero la direzione della Mecca, che è anche quella della preghiera. Questo elemento architettonico che richiama anche alla memoria la presenza ideale del Profeta si sviluppò intorno al 700 d.C, ed è presente in tutte le moschee. Il mihrab diventò con il tempo la parte dell'edificio decorata più sfarzosamente. La seconda caratteristica  è il minbar che in realtà risale ai tempi del Profeta: si trattava originariamente di una sedia alta con tre gradini utilizzata dall’Imam (colui che guida la preghiera) che teneva un sermone, spiegava o leggeva ad alta voce. Presto furono aggiunti altri scalini e in alto un sedile coperto da un baldacchino. Furono così creati magnifici minbar le cui pareti laterali, in pietra o in legno, erano decorate con rilievi ornamentali, ma perdurarono comunque anche esempi più semplici. La terza caratteristica è il minareto, il luogo dal quale il muezzin richiama i fedeli alla preghiera. Nei primi secoli dell'Islam il suo scopo principale era quello di permettere alla voce del muezzin di giungere lontano. Il minareto era anche un segno visibile della presenza di una comunità musulmana o un simbolo che avvertiva i fedeli della presenza di un luogo sacro.

 

Lo spazio interno od esterno usato per la preghiera è coperto di tappeti su cui camminare scalzi, evitando cosi di sporcare un ambiente dedito al culto di Dio. All’interno della moschea, le lampade che pendono dal soffitto simboleggiano la presenza divina che aleggia sopra i fedeli. Dio infatti nel Corano è  descritto come “la luce dei cieli e della terra, e si rassomiglia la Sua luce ad una nicchia, in cui è una lampada, e la lampada è in un cristallo, e il cristallo è come una stella lucente, e arde la lampada dell'olio di un albero benedetto, un olivo ne orientale ne occidentale il cui olio per poco non brilla anche se non lo tocchi fuoco. È luce su luce e Iddio guida alla Sua luce chi Egli vuole e Dio vara parabole agli uomini, e Dio è su tutte le cose sapiente", un versetto che, per i musulmani, sottolinea anche l’universalità della dottrina monoteistica islamica.

di Sherif El Sebaie | 21/01/2005
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