
Ho letto solo ora il post di Lia intitolato "Regressione nella scala di adattamento ambientale". Vi riassumo la vicenda, accaduta al Cairo - nonché divertentissima per i "non-indigeni" - con l'introduzione fatta dalla protagonista: "Ho preso un taxi per attraversare la strada. A Midan Sphinx, ovvero piazza Sfinge. Io ero là e dall'altra parte della piazza c'era la mia meta, la Vodafone. Io ero là, dicevo, e là sono rimasta. Non c'era verso di attraversare".
Lia ha scoperto un sistema che mia madre - che vive tuttora al Cairo - ha messo in pratica da un anno a questa parte. Per attraversare la strada deve prendere un taxi, altrimenti è impossibile. Vi rimando al post in questione, dove si descrive molto bene la situazione del povero pedone cairota. E dove si descrive ancora meglio la meraviglia del cittadino egiziano quando scopre che in Europa è possibile attraversare sulle strisce che hanno il miracoloso potere di fermare le macchine. E proprio per questo guarda con sospetto le macchine che si fermano per farlo attraversare.
Un giorno i miei genitori stavano per attraversare la strada. Poi mio padre, frettoloso com'è, ha attraversato lasciando mia madre indietro. Arrivato dall'altra parte, ha fermato un taxi per andare là dove dovevano recarsi. Ma mia madre non riusciva a raggiungerli. Mio padre e il tassista la esortavano invece ad attraversare. Alla fine mio padre ha riattraversato la strada, mia madre ha chiuso gli occhi e sono passati. Una volta dentro il taxi, l'autista chiese a mia madre: "Per curiosità, signora, dove vive? "Al Cairo", rispose lei, "ma non sono mai riuscita ad attraversare la strada".
Gli autisti egiziani hanno anche un'altro difetto, non menzionato da Lia. Quando - e se - si fermano ai semafori, la loro sosta non è mai vera e propria bensi un continuo andirivieni a scatti. Le macchine, ai semafori cairoti, sembrano ferrari che si apprestano a lanciarsi in pista. E i poveri pedoni non osano mai avventurarsi per paura di essere travolti, anche col verde. D'altronde, in Egitto, un vigile urbano è preposto a più o meno ogni semaforo e il suo compito consiste nel lanciarsi davanti alle macchine, quando scatta il rosso, per fermarle. Pensate un po'.
C'è anche un altro aspetto: noi egiziani siamo poco fiduciosi nei controlli esercitati dagli autisti sulle proprie macchine e temiamo sempre di trovarci sul tragitto di una macchina priva di freni. Questo trasforma il semplice attraversamento stradale in una missione kamikaze che richiede la recita di un versetto del Corano o un segno della croce sul petto prima dell'avventura e forse anche una cospicua opera di beneficienza una volta arrivati dall'altro lato.
Lia, parlando delle strisce, si è scordata di parlare dei marciapiedi. E per questo ve ne parlo io. Da noi, quando si deve rinnovare una strada, non si rompe mai l'asfalto vecchio. Si aggiunge semplicemente un altro strato sopra quello esistente. Di questo passo, il livello stradale si innalza fino a far scomparire i marciapiedi. Quando si decide di rifarlo, quest'ultimo viene fatto il più alto possibile per evitare di doverlo rifare ogni volta che si rinnova l'asfalto. Risultato: si devono attraversare delle fortezze, non dei marciapiedi. E non è nemmeno prevista una parte abbassata per una carrozina o un carrello di spesa. Non a caso non si vedono molti disabili in giro...
Non parliamo poi dei pullman. Il problema non è l'affollamento o il fatto che non si fermino alle fermate (Si devono prendere "al volo"), il problema vero consiste nel salirci: i gradini sono cosi alti che per salire c'è bisogno della buona volontà degli altri passeggeri che tendono la mano in un gesto di soccorso. Altrimenti l'aspirante passeggero potrebbe finire sotto le ruote. O in un tombino. Per un certo periodo infatti, i tombini aperti erano l'incubo degli egiziani e non mancano film o caricature di produzione egiziana sul tema.
Vi ho illustrato alcuni dei "problemi quotidiani" degli egiziani. Come potete vedere, sono problemi che non passerebbero mai per la mente di un cittadino europeo. Ecco perché quando la gente pensa che il cittadino egiziano medio emigri per qualche motivo tragico, tipo la "fame" o la "povertà" mi viene da sorridere. Il cittadino egiziano medio, quello che ha una laurea, una famiglia, e magari anche un lavoro in patria, non lascia il proprio paese perché soffre la fame o la miseria, ma perché deve sopportare questi "piccoli problemi quotidiani", inesitenti in Europa e senza i quali l'Egitto sarebbe ancora più bello di quanto non lo sia già. Pazienza...