
Per la prima volta in vita mia ho comprato un libro della Fallaci. Questo ovviamente non significa che io non abbia mai letto i suoi libri, inclusi gli ultimi deliri. Mi sono sempre premurato di prendere in prestito, spesso e volentieri dal mio gentile edicolante di fiducia, i volumi appena pubblicati quindi leggerli e infine restituirli. Sinceramente non metterei neanche un centesimo in tasca alla Fallaci. Non mi va di aumentare le sue riserve di vini costosi e di Perrier o di arricchire la sua collezione di antiquariato con il mio miserrimo contributo e sulla pelle degli immigrati, musulmani o meno che siano. Preferisco spenderlo diversamente. Ma il boicottaggio totale, che nel mio caso si estende anche al Corriere e a Panorama quando dedicano cinque o sei pagine alla Fallaci (Libero non lo considero nemmeno, visto che mi basta quanto pubblicato su internet), non significa che debba rimanere disinformato o imbastire una critica sul "sentito dire" come fanno i nostri "amici" neocon. Quindi, o prendo i libri in prestito e poi li restituisco (provando pena per chi sprecherà i propri soldi comprando una simile produzione letteraria) o - quando qualcosa è disponibile su internet - me la leggo li, ben felice dello smacco subito dalla scrittrice che demonizza questo canale, da lei descritto come "mezzo per rubare il lavoro altrui senza entrare in galera". Ho già infatti detto che forse il mezzo più indicato per neutralizzare quel mercato, oltre il boicottaggio, sarebbe proprio quello di diffonderne i contenuti gratis e quindi vanificare il margine di guadagno generato da chi di questa letteratura si ciba (Sartori e Atzori di varia specie). Ma - ovviamente - questo gravoso compito lo lascierei ai cultori del copyleft ansiosi di confrontarsi con i legali della signora...
Avrei fatto un'eccezione per un solo libro: Intervista con la Storia. Per una ragione molto semplice: se da una parte ci sono i ritratti assolutamente irrispetosi a cui molti degli intervistati della Fallaci non sono scampati (Fra quelli che le sono risultati invece "simpatici" spicca soprattutto Golda Meir), ritratti che spiegano benissimo il motivo della sua reticenza nel concedere interviste ad altri/e oggi, al punto di dover - udite udite - intervistare "sè stessa". (Pensate che ritratto si poteva infatti fare della Fallaci se fosse veramente un'altra Fallaci (nel senso una a lei simile ma non la stessa) a descriverla: dubito che sarebbe stata così educata e premurosa come appare in "Oriana Fallaci intervista sè stessa"), da un altra parte, c'erano le interviste ai potenti della Storia che si presume siano state riportate fedelmente, essendo registrate su nastro. Pare che queste cassette infatti siano tuttora depositate presso qualche banca, a detta della Fallaci. Quel libro dunque, ritratti a parte, era forse l'unico documento scritto dalla Fallaci che possa essere descritto come obiettivo, anche se solo in parte. La Fallaci, infatti, non fa mistero della propria inobiettività: in un'occasione disse perfino "“Io-non-credo-all’obiettività.I-fatti-sono-quelli-che-interpreto-io”. Ma abbiamo comunque a disposizione la garanzia materiale che sia andata effettivamente cosi come ce la racconta. Almeno spero che sia così, visto che - come semplice lettore - non ho modo di controllare che quanto pubblicato nel libro sia effettivamente quanto contenuto nelle cassette. I motivi di tale "diffidenza" sono presto detti, essendo già riportati in "Beautiful Oriana": a sentire Pietro Petrucci, mandato dall’Europeo nel '79 a seguire la guerra d’indipendenza eritrea assieme al fotografo rizzoliano Gianfranco Moroldo, quest’ultimo gli avrebbe detto: “Ricordi il cazziatone che Oriana raccontò di aver fatto al Negus durante un’intervista? Non ci fu nessun battibecco. Noi eravamo come cani in chiesa: Oriana faceva le domande a debita distanza e il piccolino sussurrava le risposte nella sua lingua. Tutto lì”. In poche parole, quindi, non è che sia proprio tutto limpido, ma tant'è.
Chiesi più volte di quel libro, anche presso le sedi centrali delle grandi case editrici. Ma non l'ho mai trovato: c'erano tutti i romanzi della Fallaci da "Insciallah" ad "Un uomo", da "Penelope alla Guerra" a "Se il Sole muore", ma di "Intervista alla Storia" non ce n'era traccia. Una dipendendente della Rizzoli mi disse che sono un bel po' di anni che non è in stampa, non è nemmeno disponibile su Internet e - stranamente - non mi è mai capitato di vederlo esposto sugli scaffali delle librerie o edicole, grandi o piccole che siano, vicino agli altri libri della Fallaci con cui il mercato è stato prontamente sommerso dopo il rabbioso articolo sul cosiddetto orgoglio. Alla fine ho trovato, in un negozio di antiquariato, la primissima edizione del libro in questione, datata 1974, con una copertina ritraente una giovane Oriana. L'ho strapagato 20 euro. E dico "strapagato" perché, nonostante l'ottimo stile letterario che la Fallaci allora usava anche nei suoi peggiori ritratti (con le mie riserve su alcuni contenuti, ovvio), se consideriamo oggi l'infimo livello raggiunto dalla scrittrice in questione (che non ha niente a che vedere con le bellezze descrittive e le considerazioni filosofiche di allora, essendo solo una misera miscela di insulti e di deliri), anche la sua vecchia produzione dovrebbe essere svalutata, prima edizione o meno che sia. La mia unica consolazione era che, questa volta, non ci sarebbe stato comunque nessun contributo versato nelle tasche della Fallaci, trattandosi ovviamente di una copia usata (anche se in buonissime condizioni) e fuori mercato. Ma c'era anche un'altro motivo: stavolta potevo fare con la Fallaci ciò che lei ora fa con i musulmani: al momento giusto, forse quella prima edizione varrebbe - agli occhi di qualche suo sfegatato ammiratore - qualcosina di più. In attesa quindi di una, spero, non tanto lontana rivendita, lo lessi. Purtroppo, molte altre interviste famose da lei evocate non c'erano. Non ho trovato l'intervista a Khomeini o Ghedaffi per esempio, probabilmente successive al 74... Ma quella ad Arafat, però, c'era [continua domani]