
Veramente sono abbastanza scioccato da questa storia dell' intervista "accomodante" che avrei concesso ad Adel Smith (in realtà è Smith ad averla concessa a me, così come concede interviste a Porta a Porta, al Corriere, alla Stampa, a Repubblica, all'Ansa, alle Tv e radio locali, a tutti i giornalisti che lo chiamano e chi più ne ha più ne metta). Così come sono rimasto estremamente scioccato da chi ha affermato, su questo blog, che avrei "presentato" Smith come persona ragionevole. Ma stiamo scherzando? Ma queste persone si rendono conto sì o no che quell'intervista è stata condotta tra due persone che non si sono mai conosciute prima, che è stata condotta telefonicamente e quindi in maniera formale, fredda e distante, con domande a cui seguivano risposte poi trascritte e reinviate dallo stesso Smith via email così come ha voluto che fossero pubblicate? Si rendono conto sì o no, che quelle domande erano tutt'altro che accomodanti? Come la vogliamo mettere con la definizione di padre scomodo ed ingombrante con cui è stato qualificato, con il paragone ai Talebani che hanno distrutto i Budda in Afghanistan, con l'accusa di gestire un'associazione "tra tre gatti", con il fargli notare che non eccelle nemmeno in tolleranza dal punto di vista islamico? Sono domande "accomodanti" anche queste?
E se avessi scritto cose tipo "Devo subito dire che la prima impressione che mi ha fatto Smith al telefono è quella di una persona estremamente scrupolosa, puntigliosa e paternalista. Ha chiamato più volte durante il mio viaggio per sincerarsi che tutto andasse bene e che non avessi problemi. Mi è venuto incontro in macchina quando sono arrivato ad Ofena per accompagnarmi al suo casolare, semplice e modesto, con un'incantevole vista sulle cima degli Appennini. E' stato ospitale e affettuoso nei miei riguardi: immagino abbia apprezzato il fatto che, tra andata e ritorno, mi sono sobborcato oltre sei ore di viaggio in auto per incotrarlo e stare con lui appena due ore. Forse ha influito anche il fatto che siamo entrambi d'origine egiziana. Lui d'Alessandria e io del Cairo. Si è preoccupato che la moglie, un'albanese che non ho fisicamente visto perché non si è presentato durante la mia breve permanenza, procedesse spedita nella preparazione del pranzo [...] Ho comunque mangiato tutto volentieri, apprezzando l'impegno e il calore che ci hanno messo per accogliermi nel migliore dei modi" [Magdi Allam, intervista ad Adel Smith, in "Bin Laden in Italia", Ed. Mondadori, p.122] oppure qualcosa tipo "Nel corso dell'intervista Smith procede con un andamento lento e cadenzato, parla con il tono basso e monotono, ha uno sguardo critico e riflessivo. Complessivamente mi ha dato l'impressione di essere un aspirante ideologo dell'affermazione islamica in Italia, non un focoso militante in grado di manipolare e organizzare le masse. Ma non sono riuscito a capire se lui è normalmente così o se ha assunto con me questo atteggiamento, tutto sommato sobrio e posato" [Magdi Allam, intervista ad Adel Smith, in "Bin Laden in Italia", Ed. Mondadori, p.124] oppure ancora che il linguaggio di Smith evidenzierebbe "una forma mentis ossessionata dal confronto, dalle verifiche e dalle deduzioni nell'ambito di uno studio teorico che probabilmente è all'origine dei suoi infuocati e insistenti scritti contro il cristianesimo e l'ebraismo. Dopo aver pubblicato "Cento errori nella Bibbia", Smith sta per dare alle stampe "Cinquecento errori nella Bibbia". Credo che sia un esempio del suo tipo di impegno intellettuale che si appassiona alla ricerca critica e comparativa meticolosa e pedante per scavare sempre più nei testi della sua religione di origine, il cattolicesimo, da cui lui dice di essere stato "enormemente truffato" e che ha abbandonato all'età di diciassette anni" [Magdi Allam, intervista ad Adel Smith, in "Bin Laden in Italia", Ed. Mondadori, p.124] oppure ancora "A tavola Smith è estremamente ospitale, si offre di servirmi, prima l'insalata di riso poi il pollo e le patatine. Ringrazio, quasi meravigliato del contrasto tra l'umanità di cui è capace in questi frangenti e la violenza verbale che scaturisce dai suoi discorsi" [Magdi Allam, intervista ad Adel Smith, in "Bin Laden in Italia", Ed. Mondadori, p.128] e, per concludere, "Da quando sono arrivato, verso l'una, Smith ha parlato ininterrotamente fino alle due e mezzo. Con molta calma e con il desiderio di creare un'atmosfera amichevole. Per uno come lui che dice di aver rinunciato a tutto per dedicarsi alla restaurazione del vero Islam in Italia, che si sente investito di una missione religiosa e politica, probabilmente è opportuno mantenere buoni rapporti con la stampa. Per me va benissimo, la mia disponibilità è totale. L'importante è che mi metta nelle condizioni di conoscere e di capire anche ciò che si nasconde tra le pieghe di un discorso, per poter informare nel modo più corretto ed esauriente l'opinione pubblica" [Magdi Allam, intervista ad Adel Smith, in "Bin Laden in Italia", Ed. Mondadori, p.133]. Beh, che facciamo ora? Accusiamo il sig. Allam di essere stato "accomodante" anche lui con Adel Smith? Chiamiamo i magistrati per indagare?
Non credo il sig. Allam, e cioè il giornalista che modera il forum in cui un lettore ha chiesto l'intervento dei magistrati nei miei confronti (roba da sbudellarsi dalla risate) aducendo come prova il fatto che sarei stato "accomodante" nell'intervista a Smith pubblicata su Aljazira.it, avesse voluto essere "accomodante" a sua volta con il signore in questione che già allora aveva detto cosa pensava del crocefisso in diretta Tv. Ha solo raccontato, da cronista, che impressione gli ha lasciato il personaggio, premurandosi di sottolineare che a lui andava benissimo purché potesse informare in modo esauriente e corretto l'opinione pubblica. E lo ha raccontato, nel suo libro, in un capitolo di ben 13 pagine tutte dedicate a Smith. Ora, io a Smith ho fatto solo trenta domande, tutt'altro che simpatiche e che stanno appena appena in quattro pagine. Mi sono sentito dire da lui che probabilmente non conoscevo il Corano perché, ad intervista finita, alla sua domanda "Condividi?" dissi di no. Non sono stato né a pranzo né a cena, non l'ho incontrato né mi ha accompagnato, non l'ho né presentato né descritto. Non ho usato termini come "scrupoloso", "puntiglioso", "paternalista", "ospitale", "affettuoso", "impegno", "calore", "sobrio", "posato", "lento", "cadenzato", "critico", "riflessivo", "confronto", "verifiche", "deduzioni nell'ambito di uno studio teorico", "impegno intellettuale", "ricerca critica e comparativa meticolosa e pedante", "umanità" e "amichevole". Nulla di tutto ciò. Solo domande e risposte. Le sue risposte. Ed ora vengono a dirmi che gli avrei concesso un'intervista "accomodante", che "l'avrei presentato come persona ragionevole" e, ciliegina sulla torta, questo basterebbe per chiedere ai magistrati di interrogarmi sulle mie reali intenzioni e le mie cosiddette "ambigue" affermazioni? Ma fatemi il piacere, va ! Se questo fosse il livello e la mentalità dei miei lettori, avrei abbandonato l'idea di fare il giornalista prima ancora di incominciare.